martedì 31 gennaio 2012

Il passato è una candela che brucia invano, illuminando santi che non sono mai esistiti


Ho paura, mi dice,
e con gesto nervoso si arrotola
la manica della maglietta bianca sulla spalla ossuta.
Ho paure di tutte le esperienze
che si accumulano come quei libri
che hai letto e ti sono tanto piaciuti
e dei quali negli anni
non sai dire granché, non sai raccontarli
non sai fare ché uno stupido riassunto
confondendo personaggi
e dimenticando la fine .
Non ne hai un’altra di bottiglia, gli chiedo?
Va in cucina mentre faccio scivolare
il palmo della mano sudata
sullo schienale del divano di pelle nera.
Non è facile sai, certe volte soffoco
pensando di dover ricominciare
contare le parole e le pause
classificare ogni espressione, ogni attesa
spogliare mentalmente gli eventi
per ricavarci fuori qualcosa che non c’è
parlare e non arrivare mai alla fine
riassumersi
parlare e farsi parlare addosso, tutto quel mentire e mentirsi.
Gli prendo la bottiglia e me ne riempio un bicchiere.
Lui beve acqua ed ammassa le bottiglie vuote di plastica
sotto il tavolino basso da salotto.
Non ti senti soffocare, a volte?
Fisso i tatuaggi sulle sue braccia
e faccio finta di non capire.
Ha una barba rossiccia e legge Buddha
quando non fa l’amore o non fa tatuaggi abusivamente
nel suo garage.
Rimani qui stasera?
No, gli dico.
Si allontana stizzito e finge di leggere un articolo
sul National Geographic
Poi lo getta via e rifugia la testa sul mio petto
facendo rovesciare il bicchiere sul divano.
Io so solo che il passato è una candela che brucia invano
illuminando santi che non sono mai esistiti,
gli rispondo.
Lui alza la testa, ma cerco d’evitare lo sguardo;
si fa fatica sapete, accettare di essere capiti,
non si è mai sazi
non si è mai troppo capiti, né si è mai troppo fatti capire
ed ecco che si ricomincia e ci si consuma
e si finisce come quei vecchi libri
dei quali non sai raccontare granché:
sai solo che ti sei appartenuto una volta
e adesso non t’appartieni più.
Allora mi alzo, infilo la giacca
e cerco le scarpe per mettermi al sicuro.


venerdì 27 gennaio 2012

La via della sete*



Ciò che scrivo
fa fatica ad inserirsi
nel panorama contemporaneo
dicono gli editori
Ma io non so cosa significhi
contemporaneo,
perché il mondo la fuori mi sembra
il solito vecchio mondo,
il solito vecchio mondo rimbecillito
finestre
piccioni
e riflessi che muoiono su se stessi
fermacravatte
sogni parcheggiati
vestiti ammucchiati sulle sedie
parcometri
paure nude
e mani
mani
mani che salutano
si agitano
accarezzano (troppo poco)
si accaniscono sui barattoli dei cosmetici
mani a cui nessuno ha mai mostrato il loro posto
mani che spostano oggetti, testi sacri e destini
polvere sulle mensole
strade, ovunque strade
giorni da dare in pegno
amori derubati
stanze di tutti i colori
blu verdi rosse
blu il mare che hai solo visto da lontano
le vittorie che non hai visto nemmeno da lontano
e sempre le stesse persone giuste
che continuano a strizzare l’occhio
ad altre persone giuste
e la vita che s’impossessa di ciò che credevi tuo
e progetti non tuoi che devi portare avanti
cibi in scatola
scatole cinesi
carestie
palloni colorati
la terra; il tao delle ingiustizie.
Si vive e si muore
sempre per gli stessi motivi
che quasi mai sono quelli giusti;
non so come lo direbbero questo
i miei colleghi contemporanei
ma il concetto è tutto qui.


Ad un certo punto i giovani
smettono di scrivere poesie
I pazzi sono sempre gli stessi
ma mai nessuno s’è abituato a loro
I ragazzi prima muoiono nelle loro stanze
poi mentono agli amici al bar, gridano
e chi lo vuole l’amore, chi ci crede!


La moralità sempre fuori moda
Uomini che fumano sigari da 10$
e fanno pensieri da pochi centesimi
Uomini che rubano il cielo ai ciechi
Dietro le finestre
sempre i soliti invisibili in attesa
Ma certo questo dev’essere
così poco moderno da scrivere
Io so solo che bisogna abituarsi
agli spazi vuoti e al silenzio
se si vuole inseguire la vera bellezza
o sopravvivere
mentre la mattina presto
Paolo parla alla sua fidanzata immaginaria
alla fermata della linea 2
e degli operai insonnoliti
cambiano l’insegna
dell’ennesimo negozio alla moda
chiuso per fallimento


E la sera, conclusa l’ennesima
giornata non-eccezionale,
me ne ritorno a casa infreddolita
Nel mio immaginario
giornalisti
galleristi
e critici d’arte
s’affollano come animaletti coprofagi
Le signore dabbene in stazione centrale
continuano a calpestare i barboni
distratte dai cartelloni pubblicitari
mutande di lusso dal design esotico
49.98$
Mentre dall’alba dei tempi
mille anime dorate
si spengono senza un lamento,
scriva qualcosa di più moderno
incalzano gli editori
ma ho appena bevuto un goccio di vino
comperato al discount
e credo che sonnecchierò
per il resto del viaggio
seduta qui in seconda classe.




(*espressione di Giuseppe Blanco)

venerdì 2 dicembre 2011

Storia da sabato sera



Quando il sabato sera inizi a sentirti
come l'ultima pallina blu dimenticata
su un albero di natale nascosto in cantina,
quando la tua lampada da scrivania
sembra la figlia comatosa di una città
che vive di battiti furiosi e lucenti,
fai un giro nei giardini interni dei palazzi;
mentre un vecchietto parcheggia con cura
la sua volkswagen del '87
le cianfrusaglie da giardino
ti faranno dubitare dello scorrere del tempo
alza lo sguardo
e li vedrai
gli eroi della non solitudine
il sé fuori da sé che rimpiangi
è giocare a nascondino con sé stessi!
Vuoto nel vuoto:

La farmacista fuma sul balcone
La casalinga legge Hemingway
Lo stagista dello studio legale
si sfoga sul gatto
Giuliana canta e si cuce un vestito
I manager fanno gli sposati, molto sposati*
La ballerina del terzo piano
ha lucidato il bagno per la terza volta
Lo studente non risponde al telofono
I coniugi Ming ed i coniugi Chan
giocano a carte nel monolocale
dei coniugi Tzao Pei
I bambini inventano sortilegi
per far scomparire le agende dei genitori.

Sono tutti lì, e se ti mettessi ad urlare
muga-no-taiga^
fuori dalle loro finestre
spegnerebbero le luci
e farebbero una segnalazione anonima
al 112.
Fantasmi del loro Io

Sono tutti lì, tranne Gigi,
quello "molto sfigato e solo"
dicono, la sua luce è spenta.
Gigi se ne sta al parco
con una lettera d'amore
La signora del circolo
con spille scintillanti
sempre sul bavero della giacca
ha proprio una calligrafia da bambina!
"Anni fa ti avevo messo un biglietto
dentro le scarpe che rompevo di proposito
per farle riparare nella tua bottega
'signorina, le è caduta questa', dicesti
restituendomi la lettera senza leggerla.
Te ne stai su quella panchina
a pensare chissà cosa.
Oh, come ti guardo!
Ti posso fare compagnia domani?"
Gigi s'incammina verso casa, quieto
la lettera nella tasca della camicia
e un sorriso impercettibile sul volto
lo incroci mentre finisci il tuo
tour dei giardini interni
e pensi:
è quello il volto della beatitudine!



*da un quadro di Jack Vettriano "A very married couple"
^detto giapponese "Il grande Sé non egoistico"

venerdì 25 novembre 2011

Ma come si amano gli innamorati



Ma come si amano gli innamorati
con quegli sguardi lunghi lunghi
come un bebop senza pausa
e senza respiro si amano
silenti come foreste innevate
hanno testimoni solo la Luna
e gli animali che si ribellano al letargo
così anche loro sviano gli ostacoli;
come il vento sul lungosenna
a lottar con capigliature laccate
ed impermeabili disattenzioni

E si amano tutta la notte,
ti hanno detto, gli amanti si amano
fino al mattino e il mattino non arriva mai
I tuoi mattini invece arrivano
puntuali mentre il telefono tace
il traffico riparte- come in un mondo lontano
un fuori onda del tuo spettacolo di desolazione
E t'accorgi
d'aver dormito di nuovo su un divano

giovedì 27 ottobre 2011

Quando l'orizzonte non esiste



Non ci sono ritorni nelle notti incandescenti
fuori e dentro le saracinesche
addobbate da gentili allucinazioni.
Gli orizzonti non sono spesse linee rossastre
come nei disegni dei bambini,
ma luoghi di desideri
per cui bruciano le tempie dei folli
in fuga da Hozomeen*

Una casa abbandonata,
nel bel mezzo del deserto cuore della notte
avanzo di chissà quale esistenza
consumata, dietro la montagna
un morso di fuoco
avanzo di chissà quale perfezione solitaria
l'aria bagnata di un lamentoso lirismo
avanzo di chissà quale carovana
di zingari kerouachiani.
Spero che esista il Paradiso degli Avanzi!

Chi ha battezzato i vostri occhi
nel nome della tristezza?
Sfuggite ai ricatti degli orologi
infedeli come bambini
curiosi come arcobaleni
preferite le scelte malinconiche alle indecisioni
perchè non ci sono ritorni- o crepe all'orizzonte
quando l'orizzonte non esiste.




*inteso come il grande Vuoto, in Angeli di Desolazione di Jack Kerouac

lunedì 19 settembre 2011

Cattive corrispondenze



                                                                                       a G.

Lui:
Non tacere,
non piangere
oh taci Annie
non soffrire!
Parla piano, parla bene
che vergogna Annie
non farti del male
non volerti bene!
Mi metti a disagio
Annie copriti le braccia
copriti le visioni
copriti il cuore
la Luna non mi fa dormire
copriti i pensieri Annie
la confusione non mi fa dormire
frena le allucinazioni
la strada mi mette a disagio
la luce mi fa corrucciare il viso,
non soffrire al buio
non è elegante Annie
non affacciarti dai miei sogni
non è sicuro.


Lei:
Conservare gli sguardi è come trattenere il rumore in una tasca.
Mi seguirai solo quando i fiori impareranno a parlare?
Insegnare la buona educazione all'istinto è come tentare di ammaestrare i silenzi.
Quante volte ti è capitato di voler parlare ad un barbone musicista?
Quante volte lo hai fatto?
Se la risposta è MAI dovresti iniziare a preoccuparti per la tua anima.
Oh già, le visioni ti turbano!
Ho sognato che me ne stavo a fischiettare, mani in tasca, in riva al Tennessee.
Mi stupisce la tua capacità di andartene, andartene senza essere mai arrivato- ed io arrivata da sempre, cerco d'ingannare l'immobilità girovagando per le strade di città che non ho desiderato conoscere.
Cosa hai pensato ogni volta che non mi hai seguita?
Dovevamo camminare insieme. Tu dovevi salvare il mio cappello dagli sconosciuti ed io avrei salvato i semafori dai tuoi sproloqui.
Il tuo silenzio questa mattina mi percuoteva come l'Ange Heurtebise faceva sanguinare l'ispirazione di Cocteau.
Quando cercavo di mostrarti come nascono le poesie, tu collezionavi epitaffi nella tua agenda.
Dire la verità non è urlare.
Queste idee sono le amanti cattive.
Contemplarti sapendo che non te ne saresti mai accorto è stato come tratteggiare il Vuoto, o riprodurre paesaggi di Hokusai.
Ho smesso, incapace di tale fardello.
Le mie preghiere non sono coralli di beatitudine,
le mie braccia non sono coralli di rami lunari*;
digerita quest'idea creveliana, attendo.
Tu non mi sfiori.
Ti sei mai arreso? Hai mai vinto?
Sì è una domanda trabocchetto.
Coprirmi con i tuoi vestiti non mi renderà invisibile.
Coprirmi con silenzi irati non mi renderà meno invasiva; come se leggendo Kaddish sottovoce, il pianto dei lunghi versi americani si accorciasse!
In fondo qui nessuno si è arreso. Nessuno di noi ha vinto.
Abbiamo litigato. No, nessun miracolo.
Abbiamo fatto l'amore. No.

giovedì 28 luglio 2011

Tutti i fiori nel tempo tendono verso il Sole

"Che fai Anne?"
Lei aveva appoggiato il naso contro il finestrino, seduta nel sedile posteriore, e canticchiava un motivetto, sempre lo stesso, ancora e ancora.
"Sai cosa mi affanna più di tutto?" disse facendo scivolare l'indice sul vetro, provocando uno stridio fastidioso "non poter conoscere o almeno presentire dove vanno a finire i morti tristi."
"I morti tristi?"
Anne si girò di scatto cercando lo sguardo di Frederic sullo specchietto retrovisore. Non si fidava della sua voce quando doveva spiegare qualcosa di veramente fondamentale.
"Sì!"
"E quante categorie di morti ci sarebbero?"
"A mio avviso due, i morti tristi ed i morti quieti o felici, non sono sicura sulla esatta definizione da usare, ma poco importa. Fatto sta che questi ultimi muoiono perché è arrivato il loro momento, si è compiuto un ciclo, un percorso, un destino, chiamalo come credi. Invece i morti tristi se ne vanno perché non possono fare altrimenti, non c'è altra scelta per loro..." e divenne cupa come se fosse stata una forza estranea a costringerla a fare quel discorso, così penoso per lei.
"E' un discorso sul suicidio per caso?"
"Ma no! Oh vai al diavolo."
Anne ripiombo' sul sedile e rimase immobile con le braccia incrociate sul petto. Tra i campi ancora un contadino. Nel cruscotto una bustina di croccantini al mais che nessuno avrebbe finito di mangiare. Lui era certo di poterla comprendere. Lei si rammaricava di aver scovato così a fondo in se' stessa da convincersi che era impossibile conoscersi. Lui la prendeva molto seriamente ma a volte preferiva percepirla invece di interrogarla. L'analisi su Anne gli sembrava un'attività più volgare dell'astrofisica. Lei sperava in un avvenimento stupido, di quelli che occupano il tempo dei passeggeri per il resto del viaggio. Lui non poteva aspettare.
"E come fai a sapere dove vanno a finire i morti felici?"
"Non lo so" disse lei come se si aspettasse la domanda, e con movimenti impacciati, senza smettere di parlare, passò nel sedile davanti "pare che le anime siano particolarmente capaci di cogliere cose apparentemente inesistenti. Questione di reciprocità, credo...No, fammi spiegare meglio, io non so dove vanno a finire e per di più non mi pongo questa domanda. E' significativo, non credi?"
"Credo che il tuo entusiasmo mi voglia far dire che credo, ma mi confondi..."
"Ma è semplice, non mi pongo la domanda, ma questo non vuol dire che non m'importi, giacché da domani potrei far parte della squadra, e sarebbe, come dire, rassicurante sapere dove si va a finire. La questione è che evidentemente l'anima percepisce. Io non so, ma l'anima percepisce ed è quieta" seguitò così a spiegargli, gesticolando eccessivamente, toccandogli il braccio quando il suo sguardo si assentava qualche istante per curarsi della strada. I bambini seduti maleducatamente nei sedili posteriori delle auto che passavano nelle corsie accanto facevano le smorfie, ma non attirando la loro attenzione, si giravano un po' stizziti, un po' confusi "..ed il pianto è quasi buono, quasi illuminante. Ogni morto felice ci avvicina al satori. Il dolore per loro è gentile, benefico. Dove vanno a finire non importa. Importa sapere che non sono stati tali dolori ad ispirare fughe di adolescenti nei boschi, che non sono stati tali dolori ad ispirare le bombe in versi, che non è stata tale nostalgia ad ispirare il Nocturne n.20 di Chopin, non sono stati tali dolori ad espandersi sul petto di Lucien* come un cancro."
Lui avrebbe dato tutto per vedere le visioni che le facevano corrucciare la fronte, Frederic sapeva che Anne vedeva tutte quelle cose. Lei non sapeva niente, ma non mentiva. L'orizzonte era così denso e scuro, mai la parola orizzonte era apparsa così inappropriata per quella parte di cielo, avrebbe pensato Frederic.
"Invece i morti tristi inquietano la mia anima. Un turbamento così violento che credo di non poter sopportare ancora a lungo. Dove, dove, dove vanno a finire?"
Certe volte le veniva da piangere così, senza motivo. E per non cedere all'ipotesi tanto plausibile della crisi di nervi, si consolava con Cioran°, che aveva letto in una di quelle squallide edizioni con aforismi d'autore. Ma sapeva che era tutta una sciocchezza, un gioco del nostro egocentrismo, ritrovarsi nelle frasi dei grandi pensatori ed elevare queste ad assolutismi come fossero formule di chimica. Era forse giunta alla saggezza intima, che altro non è che vacuità? Sciocchezze, ancora sciocchezze, lei voleva sapere, solo sapere!
"E' come se smettessero davvero con tutto..."
"Che dire, sono morti!"
Riuscì a farla sorridere. Frederic non avrebbe mai potuto competere con quel suo continuo giocare con il limite delle sensazioni, quel continuo forzare il proprio petto. Allora faceva il suo clown, faceva l'aquilone nel suo cielo furioso. Erano come un vecchio saggio cinese ed un samurai. Se avessero unito il riso sonoro di uno con la passione dell'altro, avrebbe forse creato l'uomo perfetto.
"Ma no! Il vuoto che creano non è malinconico, è straziante, selvaggio ed allo stesso tempo così impercettibile da far paura. E' come se si trascinassero dietro di se' anche le loro vite. Un abisso, un abisso. Un abisso."
"Ho capito cosa vuoi dire, anche se sono un po' perplesso riguardo alla categorizzazione dei morti."
"Posso mangiare la mela che c'è nel sacchetto?"
"Sì, puoi."
"Ho passato anch'io molto tempo a lottare contro le perplessità. Ero così sciocca."
Frederic rabbrividiva ogni volta che la sentiva parlare al passato di se' stessa, e capitava spesso. La guardava. Anne sperava che la smettesse di farlo, ora che non era più in grado di accogliere la bellezza.
"Quali perplessità, scusa?! Esistono le persone tristi, dolorosamente sole e incomprese, come esistono le persone felici. Perché dovrebbe essere diverso per i morti? E non mi tirare in ballo la vecchia storia del Paradiso eh!" lo minaccio' seriamente avvicinandogli la mela affinché anche lui potesse darle un morso.
Proprio nell'esasperazione dei capricci promanavano da Anne questi gesti di tenero affetto, così spontanei da far confondere il destinatario. Il tutto durava qualche istante, il tempo di una brusca frenatura e si ritornava alla realtà. Code all'uscita dall'autostrada. In lontananza un gruppo di persone si era radunata davanti alla piccola chiesa di paese. Una macchina rossa ferma al passaggio a livello.
"E se scendessimo a fregare qualche pesca?"
Avrebbe voluto essere Anne a suggerirlo.
"Solo due però!" disse con tono quasi offeso. Indugiò in auto a guardare Frederic che scavalcava il guardrail.
"Vieni su! Il tuo finto senso civico..." e sparì tra gli alberi di pesco.
Lei lo rincorse in quel labirinto di profumi. Il crepuscolo addolciva i colori. Il fresco serale rendeva le risate più squillanti. Anne continuava a ripetersi che avrebbe potuto amare solo un uomo semplice come il clown di Boll. Frederic avrebbe voluto dormire con lei castamente in quel frutteto. Entrambi si erano accontentati di molto meno, in passato. Ora arrossivano mentre Anne usava il vestito come grembiule per raccogliere le pesche. I belli non ce la fanno, non ce la fanno a non complicarsi l'esistenza, avrebbe detto Bukowski, con un riso allo stesso tempo caritatevole e sprezzante. Si erano sempre donati senza riserve ed ora il loro passato li schiacciava. Non desiderate mai di sopravvivere a più passati intensi: un arcipelago d'indicibile malinconia sulle mani, nel cuore.
"Sapere dove vanno a finire "i morti tristi" ti aiuterebbe quindi?"
"No" rimase un istante in silenzio e poi declamo' con aria volutamente teatrale dei versi:
Crepi nel balzo, per le cose inaudite e innominabili, vengano altri orribili lavoratori: cominceranno dagli orizzonti dove l'altro è crollato!°°

"Che significa?"
"Tutto. O niente. Non so."
"Allora dimmi, perché vorresti saperlo?"
"E tu perché vorresti sapere che direzione prendere all'uscita dall'autostrada?"
"Per giungere a destinazione senza problemi."
"Appunto!"
"Appunto cosa, non capisco..."
"Posso aprire il finestrino?"
Proseguirono in silenzio. Quando lui guardava la strada, lei guardava la strada. Quando lei guardava fuori dal finestrino, lui guardava la sua nuca. Quando lei guardava lui, lui guardava la strada. Lei gli allungò un'altra pesca e rumorosamente, con gesti poco rassicuranti, gli indicò la direzione da prendere all'uscita dell'autostrada. La SS9 era trafficata. Aveva appena smesso di piovere. In una tabaccheria con la serranda per metà abbassata si festeggiava. Forse una di quelle vincite con i numeri che ne' Frederic, ne' Anne avevano mai sperimentato. Ad una rotonda un ragazzo con un camioncino arancione vendeva piante da giardino. Lei lo avrebbe accompagnato nell'albergo dove lo attendevano e sarebbe corsa a casa a farsi un caffè, magari ascoltando un po' di musica francese. Anne taceva, Frederic la guardava. Lui sperava di rimanere ancora per molto. Lei pregava che fuggisse per sempre.




NOTE
*Protagonista del romanzo Illusioni Perdute di Balzac
°"Non c'è che un segno, forse, ad attestare che si è capito tutto: piangere senza motivo"
°°da Lettera del Veggente di Arthur Rimbaud