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sabato 1 luglio 2017

HANNO UN GRAN DA FARE I GIOVANI

Hanno un gran da fare i giovani
cercando di dissezionare il proprio inconscio
ed è tutto un io-specchio-del-mondo
E pensano ai fiori i giovani
raccolgono fiori, regalano fiori, 
strappano i petali uno ad uno
poi si strappano i capelli perché i petali hanno parlato.
Hanno un gran da fare i giovani
a vivere tutto con frenesia, stordire l'insonnia
con psicologia spiccia, droghe e albe
tutto come se capitasse per la prima volta
e questa fosse l'ultima.
Hanno un gran da fare a sprecare note e parole
tubetti di colore, stoffe e rullini
Non usano posaceneri, hanno una gran fretta
a rincorrere gli amori
baciare e baciare come se dovessero scovare un segreto
Hanno un gran da fare a trattenere le lacrime
la voce alta
e le mani
impegnate in zuffe e autoerotismo.
Hanno un gran da fare i giovani
a non rimettersi gli stessi vestiti due giorni di seguito
più spavaldi dei commessi dei grandi magazzini
-mentre tu tremi all'idea di comperare
un nuovo paio di scarpe-
con le idee così limpide
le convinzioni politiche limpide
le camicette limpide.
Hanno un gran da fare i giovani
a ignorare vite passate e future
a storcere il naso di fronte all'inezia
alla lentezza
alle pance flaccide
e ai ripensamenti.
Si aspettano che tu abbia sempre
qualcosa di interessante da dire
ma poi quando ti fissano dritto sulla bocca
tu ti limiti a chiedere se gradiscono un uovo fritto
e mentre loro cercano di trovare un senso
al tuo silenzio e alle uova
tu le mandi giù a bocconi grossi
ti accorgi della bottiglia mezza vuota
guardi l'orologio
e pensi agli orari dell'alimentari.
E mentre i giovani interpretano il tuo gesto
come un invito ad andare
lavi i piatti e speri che domani piova ancora.
Vi salutate e sospiri
perché in fondo non vi siete granché capiti
ma almeno qualcuno di loro, pensi,
tenterà di scrivere una poesia sulle uova fritte
e anche questa volta te la sei cavata.

lunedì 12 giugno 2017

L'AMORE NON RICAMBIATO

Lasciate che vi prendano per mano, 
anche quando lo sforzo sudaticcio
dei loro pensieri sconfina in convinzioni limitanti
abbiate il coraggio di comprare il biglietto
di quella linea dalla destinazione sconosciuta
concedeteli pupille limpide e ferme
non convertite i vostri ideali
mandateli in vacanza
rassicurandoli che vi ritroveranno al rientro.
E così denudati delle armi più preziose
fatevi trascinare;
l’amore non ricambiato
sarà come l’ennesimo gioco infantile
in cui non ci sono vittime, ma solo ginocchia sbucciate.
Quando all’apice della battaglia
non avrete più di fronte un compagno di giochi
ma un nemico,
ripulite il davanzale, date acqua alle piante grasse
abbandonate la fortezza
e concedetevi la libertà
di poter ricominciare.

martedì 18 marzo 2014

Readings



 "Questo è quello che faccio: preparo il caffè ed occasionalmente soccombo al nichilismo suicida- ma non dovete preoccuparvi, la poesia rimane ancora al primo posto. Le sigarette e l'alcool seguono."

Anne Sexton
















mercoledì 14 novembre 2012

Pasto notturno




C'è un vuoto che non straborda
e non scorre- stalattiti sull'anima-

Dal bar all'angolo
scappavano note d'un blues sgualcito
lui rimaneva alla finestra
con gli occhi di chi vede mille cieli passare
senza riuscire a riempirne un angolo.

Su cornici invecchiate
tracciava parole già dette;
la sera, mangiando del riso
pensò a quegli uomini che
portano ancora il borsalino.

Il rubinetto della cucina
gocciolò tutta la notte.


domenica 12 febbraio 2012

Tempo



Questa non è una poesia amico
né un testamento
né una preghiera
forse solo uno sproloquio
del padre insonne
della cameriera che finisce il turno
dello spazzino che saluta la notte
del contadino che si accarezza le ossa
dell’insegnante che rammenda le speranze
dell’ubriaco che barcolla verso un nessun-dove
delle paure mai confessate di un orfano ormai uomo.
E’ il sapore di tanti mattini che ti sono così familiari
e forse, sapresti raccontarmeli meglio
se solo io ti conoscessi amico
e tu riconoscessi me
mentre attendiamo di attraversare
ai lati opposti della stessa strada.

Questa non è una poesia
ma il silenzio di certi mattini
quando tu pensi alla tua Lisa (andata)
ed io penso alla tua Lisa
e Lisa, Lisa forse sogna
sotto una coperta colorata, contornata
- nell’insonnia di qualche altro sconosciuto-
di speranze ciglia  tocchi e baci.

Siamo, in fondo, tutti così vicini
in questa misteriosa danza che ci sfinisce
tramutandoci in temporali
ci risvegliamo
cristallini e soli
bagnato sul parabrezza del primo autobus
bagnato sulla pianta da balcone
bagnato sui ciottoli di un cimitero di campagna
bagnato sulle vetrate dei Cafè affollati delle metropoli
bagnato sulle spalle del vecchio macchinista
che finito il turno di notte, torna a casa in bici
e sa che non chiuderà occhio
finché- seduto in cucina
non avrà masticato fino all’ultimo morso
pane bianco e nostalgia
che hanno il sapore di questa poesia
che non è una poesia
ma il volto delle stanze certe mattine
quando gli oggetti
ti fanno tremare
le loro smorfie crude
la casa così nuda
così banalmente casa, né più né meno.
Allora ti strofini la faccia
davanti allo specchio del bagno
pensando che dovresti darti tregua
concentrarti sull’odore del caffè
ecco,
ma poi sul tappeto
proprio all’angolo del divano, lo vedi
lei lo ha gettato senza farsi notare,
quel fiorellino che tu avevi colto
fuori dal cancello di una villetta di periferia.

Non hai mai saputo ingannare il tempo
né hai voluto
come fanno loro
come sono bravi loro e Lisa
ad annusarlo
nasconderlo
dividerlo
vestirlo a festa quando conviene
metterlo a tacere
smettere di guardarlo in faccia
smettere di pensarci
consumarlo alla svelta
consumare l’amore
poi smettere ancora
senza avere fretta di ricominciare
mentre tu seduto a quel tavolo da cucina
ti senti come uno scolaretto
che deve ancora cominciare con quella A
e speri che qualcuno ti chieda di ripeterla
mille volte e altre cento A, A come Amore.
Non hai mai saputo ingannarlo il tempo
né onda
né torre
non ti sei mai nascosto
né lo hai mai lottato.

Al diavolo!
Forse non sai davvero dirlo cosa sia
ma sai che ti svegli
prendi l’autobus
qualche volta parli agli sconosciuti
qualche volta invii cartoline
ti picchia il sole a volte
e certi pomeriggi ti fai ancora servire
una birra calda da Gerry
poi i mercatini dei libri usati
la beneficienza
le telefonate di auguri a Natale
la fila alle poste
contratti firmati
appuntamenti trappola
tempie pulsanti
l’impronta di una testa sul cuscino
che prima o poi sparirà.

Se il tempo fosse un album di fotografie
vorrei solo non lasciarlo vuoto,
dicesti quella sera in quel locale
tu che le parole non le hai mai cercate
ti sono scappate dagli occhi, dalle mani:
cuccioli che non hai mai saputo ammaestrare.
Sbattendo contro la distrazione gioiosa degli amici
ottenuta una carezza impietosita da Lisa
quella sera le parole tornarono da te
e lì sono rimaste,
come il silenzio di questa mattina
che non è una poesia.


martedì 31 gennaio 2012

Il passato è una candela che brucia invano, illuminando santi che non sono mai esistiti


Ho paura, mi dice,
e con gesto nervoso si arrotola
la manica della maglietta bianca sulla spalla ossuta.
Ho paure di tutte le esperienze
che si accumulano come quei libri
che hai letto e ti sono tanto piaciuti
e dei quali negli anni
non sai dire granché, non sai raccontarli
non sai fare ché uno stupido riassunto
confondendo personaggi
e dimenticando la fine .
Non ne hai un’altra di bottiglia, gli chiedo?
Va in cucina mentre faccio scivolare
il palmo della mano sudata
sullo schienale del divano di pelle nera.
Non è facile sai, certe volte soffoco
pensando di dover ricominciare
contare le parole e le pause
classificare ogni espressione, ogni attesa
spogliare mentalmente gli eventi
per ricavarci fuori qualcosa che non c’è
parlare e non arrivare mai alla fine
riassumersi
parlare e farsi parlare addosso, tutto quel mentire e mentirsi.
Gli prendo la bottiglia e me ne riempio un bicchiere.
Lui beve acqua ed ammassa le bottiglie vuote di plastica
sotto il tavolino basso da salotto.
Non ti senti soffocare, a volte?
Fisso i tatuaggi sulle sue braccia
e faccio finta di non capire.
Ha una barba rossiccia e legge Buddha
quando non fa l’amore o non fa tatuaggi abusivamente
nel suo garage.
Rimani qui stasera?
No, gli dico.
Si allontana stizzito e finge di leggere un articolo
sul National Geographic
Poi lo getta via e rifugia la testa sul mio petto
facendo rovesciare il bicchiere sul divano.
Io so solo che il passato è una candela che brucia invano
illuminando santi che non sono mai esistiti,
gli rispondo.
Lui alza la testa, ma cerco d’evitare lo sguardo;
si fa fatica sapete, accettare di essere capiti,
non si è mai sazi
non si è mai troppo capiti, né si è mai troppo fatti capire
ed ecco che si ricomincia e ci si consuma
e si finisce come quei vecchi libri
dei quali non sai raccontare granché:
sai solo che ti sei appartenuto una volta
e adesso non t’appartieni più.
Allora mi alzo, infilo la giacca
e cerco le scarpe per mettermi al sicuro.


venerdì 27 gennaio 2012

La via della sete*



Ciò che scrivo
fa fatica ad inserirsi
nel panorama contemporaneo
dicono gli editori
Ma io non so cosa significhi
contemporaneo,
perché il mondo la fuori mi sembra
il solito vecchio mondo,
il solito vecchio mondo rimbecillito
finestre
piccioni
e riflessi che muoiono su se stessi
fermacravatte
sogni parcheggiati
vestiti ammucchiati sulle sedie
parcometri
paure nude
e mani
mani
mani che salutano
si agitano
accarezzano (troppo poco)
si accaniscono sui barattoli dei cosmetici
mani a cui nessuno ha mai mostrato il loro posto
mani che spostano oggetti, testi sacri e destini
polvere sulle mensole
strade, ovunque strade
giorni da dare in pegno
amori derubati
stanze di tutti i colori
blu verdi rosse
blu il mare che hai solo visto da lontano
le vittorie che non hai visto nemmeno da lontano
e sempre le stesse persone giuste
che continuano a strizzare l’occhio
ad altre persone giuste
e la vita che s’impossessa di ciò che credevi tuo
e progetti non tuoi che devi portare avanti
cibi in scatola
scatole cinesi
carestie
palloni colorati
la terra; il tao delle ingiustizie.
Si vive e si muore
sempre per gli stessi motivi
che quasi mai sono quelli giusti;
non so come lo direbbero questo
i miei colleghi contemporanei
ma il concetto è tutto qui.


Ad un certo punto i giovani
smettono di scrivere poesie
I pazzi sono sempre gli stessi
ma mai nessuno s’è abituato a loro
I ragazzi prima muoiono nelle loro stanze
poi mentono agli amici al bar, gridano
e chi lo vuole l’amore, chi ci crede!


La moralità sempre fuori moda
Uomini che fumano sigari da 10$
e fanno pensieri da pochi centesimi
Uomini che rubano il cielo ai ciechi
Dietro le finestre
sempre i soliti invisibili in attesa
Ma certo questo dev’essere
così poco moderno da scrivere
Io so solo che bisogna abituarsi
agli spazi vuoti e al silenzio
se si vuole inseguire la vera bellezza
o sopravvivere
mentre la mattina presto
Paolo parla alla sua fidanzata immaginaria
alla fermata della linea 2
e degli operai insonnoliti
cambiano l’insegna
dell’ennesimo negozio alla moda
chiuso per fallimento


E la sera, conclusa l’ennesima
giornata non-eccezionale,
me ne ritorno a casa infreddolita
Nel mio immaginario
giornalisti
galleristi
e critici d’arte
s’affollano come animaletti coprofagi
Le signore dabbene in stazione centrale
continuano a calpestare i barboni
distratte dai cartelloni pubblicitari
mutande di lusso dal design esotico
49.98$
Mentre dall’alba dei tempi
mille anime dorate
si spengono senza un lamento,
scriva qualcosa di più moderno
incalzano gli editori
ma ho appena bevuto un goccio di vino
comperato al discount
e credo che sonnecchierò
per il resto del viaggio
seduta qui in seconda classe.




(*espressione di Giuseppe Blanco)

venerdì 25 novembre 2011

Ma come si amano gli innamorati



Ma come si amano gli innamorati
con quegli sguardi lunghi lunghi
come un bebop senza pausa
e senza respiro si amano
silenti come foreste innevate
hanno testimoni solo la Luna
e gli animali che si ribellano al letargo
così anche loro sviano gli ostacoli;
come il vento sul lungosenna
a lottar con capigliature laccate
ed impermeabili disattenzioni

E si amano tutta la notte,
ti hanno detto, gli amanti si amano
fino al mattino e il mattino non arriva mai
I tuoi mattini invece arrivano
puntuali mentre il telefono tace
il traffico riparte- come in un mondo lontano
un fuori onda del tuo spettacolo di desolazione
E t'accorgi
d'aver dormito di nuovo su un divano

giovedì 27 ottobre 2011

Quando l'orizzonte non esiste



Non ci sono ritorni nelle notti incandescenti
fuori e dentro le saracinesche
addobbate da gentili allucinazioni.
Gli orizzonti non sono spesse linee rossastre
come nei disegni dei bambini,
ma luoghi di desideri
per cui bruciano le tempie dei folli
in fuga da Hozomeen*

Una casa abbandonata,
nel bel mezzo del deserto cuore della notte
avanzo di chissà quale esistenza
consumata, dietro la montagna
un morso di fuoco
avanzo di chissà quale perfezione solitaria
l'aria bagnata di un lamentoso lirismo
avanzo di chissà quale carovana
di zingari kerouachiani.
Spero che esista il Paradiso degli Avanzi!

Chi ha battezzato i vostri occhi
nel nome della tristezza?
Sfuggite ai ricatti degli orologi
infedeli come bambini
curiosi come arcobaleni
preferite le scelte malinconiche alle indecisioni
perchè non ci sono ritorni- o crepe all'orizzonte
quando l'orizzonte non esiste.




*inteso come il grande Vuoto, in Angeli di Desolazione di Jack Kerouac

lunedì 19 settembre 2011

Cattive corrispondenze



                                                                                       a G.

Lui:
Non tacere,
non piangere
oh taci Annie
non soffrire!
Parla piano, parla bene
che vergogna Annie
non farti del male
non volerti bene!
Mi metti a disagio
Annie copriti le braccia
copriti le visioni
copriti il cuore
la Luna non mi fa dormire
copriti i pensieri Annie
la confusione non mi fa dormire
frena le allucinazioni
la strada mi mette a disagio
la luce mi fa corrucciare il viso,
non soffrire al buio
non è elegante Annie
non affacciarti dai miei sogni
non è sicuro.


Lei:
Conservare gli sguardi è come trattenere il rumore in una tasca.
Mi seguirai solo quando i fiori impareranno a parlare?
Insegnare la buona educazione all'istinto è come tentare di ammaestrare i silenzi.
Quante volte ti è capitato di voler parlare ad un barbone musicista?
Quante volte lo hai fatto?
Se la risposta è MAI dovresti iniziare a preoccuparti per la tua anima.
Oh già, le visioni ti turbano!
Ho sognato che me ne stavo a fischiettare, mani in tasca, in riva al Tennessee.
Mi stupisce la tua capacità di andartene, andartene senza essere mai arrivato- ed io arrivata da sempre, cerco d'ingannare l'immobilità girovagando per le strade di città che non ho desiderato conoscere.
Cosa hai pensato ogni volta che non mi hai seguita?
Dovevamo camminare insieme. Tu dovevi salvare il mio cappello dagli sconosciuti ed io avrei salvato i semafori dai tuoi sproloqui.
Il tuo silenzio questa mattina mi percuoteva come l'Ange Heurtebise faceva sanguinare l'ispirazione di Cocteau.
Quando cercavo di mostrarti come nascono le poesie, tu collezionavi epitaffi nella tua agenda.
Dire la verità non è urlare.
Queste idee sono le amanti cattive.
Contemplarti sapendo che non te ne saresti mai accorto è stato come tratteggiare il Vuoto, o riprodurre paesaggi di Hokusai.
Ho smesso, incapace di tale fardello.
Le mie preghiere non sono coralli di beatitudine,
le mie braccia non sono coralli di rami lunari*;
digerita quest'idea creveliana, attendo.
Tu non mi sfiori.
Ti sei mai arreso? Hai mai vinto?
Sì è una domanda trabocchetto.
Coprirmi con i tuoi vestiti non mi renderà invisibile.
Coprirmi con silenzi irati non mi renderà meno invasiva; come se leggendo Kaddish sottovoce, il pianto dei lunghi versi americani si accorciasse!
In fondo qui nessuno si è arreso. Nessuno di noi ha vinto.
Abbiamo litigato. No, nessun miracolo.
Abbiamo fatto l'amore. No.

domenica 3 luglio 2011

Città a tua immagine ed assenza



Raccontami vecchie storie;
di quelle dove io riesco sempre
a trovare la strada di casa
e tu vuoi sempre baciare
il mio ubriaco piagnucolìo.
Di quelle vecchie storie in cui
quando il battito impazzisce
sotto l'occhiello ornato di fil di ferro,
tu ti svegli e mi prendi per mano.

Ho atteso, ho lasciato che altre mani
giocassero a dadi con i capricci
deformi dei miei destini,
e quando la città sbadigliava
con una discrezione quasi mistica,
mi sono lasciata inseguire dal fumo
di sigaro di un assessore alla cultura.

Guardarti era un timore catartico
allora correvo negli angoli dove
la memoria come un pulviscolo luminoso
stravolge curve pietre altezze cieli e colori;
così ricostruivo
città a tua immagine ed assenza.

Tu non t'accorgevi
come il cuore sudava preghiere
sotto la giacca sgualcita,
come una sposa indispettita
imprigionavi la mia tragica esitazione
in misteriosi scrigni
e facevi di me, lo specchio
di ermetiche effusioni.
Di notte costruivi altari
di bisbigli e labirinti corporali,
di giorno, allontanandoti,
disfacevi il mantello pelle mani oro
in cui mi rifugiavo quieta.

Mi canterai di vecchie storie,
di quelle storie dove
non servono ombrelli
per stare in due sotto la pioggia?
Oh, insegnami vecchie storie
che io possa fischiettarle di notte,
quando avrai cambiato specchio
ed io continuerò a ricostruire
città a tuo riflesso ed assenza.

lunedì 13 giugno 2011

Le bambole immaginarie di Anne Sexton



Prozac, jazz e banchieri spensierati.
Il tuo ippocampo, discarica abusiva
dei miei fiori selvaggi.
La luna cerca d'arrampicarsi più su.
Sabato sera e mi è rimasto l'ultimo bicchiere
sangue di giuda sensazioni di usato
fantasie rannicchiate in fondo ai bulbi capillari
sguardi racimolati in occasionali mercatini
di vite svendute
ed un taccuino vuoto che fingo di leggere
mentre i vecchietti del terzo piano
si preparano per la balera:
lei fruga con un cotton fioc dentro il rossetto,
lui pare dormicchi già, seduto in cucina.

Con la pioggia sono ok, mi uccide l'insonnia
la vertiginosa lucidità, avrebbe detto Cioran!
Sono travagliata da un'interiorità prolissa.
Salvami dalle inutili verità. Mentimi.
Dissolvi queste infinite barbarie della coscienza
o almeno spediscimi canzoni
la mia immaginazione è logora.
Accenderò per te le mie dita- Menorah mutilato-
accanto alla loro fiamma vergine tacerò.

Avrei voluto scriverti lettere.
Dicono che le lettere senza speranza
viaggiano nell'Universo dentro dirigibili di luce
e poi s'insinuano nei sogni delle cattive ragazze;
questa mattina facevo incubi gainsbourghiani
prima che i tuoni mi svegliassero.
Sono votata al crollo?
Può sempre essere considerata una tecnica
ma ora vieni e mentimi. Spreca parole
come chi non conosce le ossessioni.
Calma la dinamo di queste calamità
che attaccano continuamente i mei occhi, isterica,
come le bambole immaginarie di Anne Sexton
ti guarderò ancora, allungherò un braccio,
mentimi ma tienilo con te mentre dormi.

mercoledì 1 giugno 2011

Io non so disegnare- quadri di parole (2)



Le ragazze regnano
dentro i loro vestiti
colorati a tinta unita
il diavolo sbava
trattati d'indipendenza

Pomeriggi di fine primavera
nelle mani del musicista
albeggiano perversioni orientali
nel posacenere s'ergono
mozziconi di sigarette
come foreste dorate.

I barboni al parco, bocca impastata
discutono sul festival di Cannes,
uno di loro una volta stava
quasi per parteciparvi, quasi,
poi non so come finì a mangiare
sottaceti in un garage.

L'ultima passeggeriera
si scorda sull'autobus
la lettera d'addio dell'innamorato
senza averla ancora letta;
mille ricevitori al secondo
dopo un pianto soffocato
sbattono-crampi allo stomaco
di un animale estinto.

La guida al museo soffre d'acidità
di stomaco mentre i bambini mostrano
le linguacce ai quadri
ed i santi ammiccano alle sigarette
il guardiano ascolta canzoni erotiche
con l'auricolare del servizio sicurezza.

Avevano tentato di coltivare
un loro giardino, ora le erbacce
facevano da scudo nella lotta dei silenzi
e solo un fiore orfano
piangeva vicino al recinto.

Vi prego, non scambiatevi sorrisi
come fossero frutta di stagione!

Quando incontrò Vittoria dopo quarant'anni
il loro amore
sembrava un taccuino mai utilizzato.

Ci accorgiamo di non avere nessuno che ci aspetta
quando iniziamo a non preoccuparci
di perdere l'ultimo treno.

Il vuoto che si crea intorno ad un clochard
che sale sull'autobus
non è questione di ritmi naturali.

lunedì 16 maggio 2011

Predica kerouachiana



Lasciate che vi porti più vicini a dio
suvvia riempitevi le braccia di lascivia amorosa
stampatevi addosso capricci
Regnate nella memoria dei vostri innamorati
con le coroncine di Basquiat disegnate sul braccio
Non date retta agli angeli, a volte
un bicchiere di whisky fa volare più veloce
Astraetevi dalle volgari discussioni
accontentatevi di fare i microbi
tra i pori della vostra anima
Trascinatevi orgogliosi le vostre occhiaie
ma parlate al diavolo solo da dietro gli occhiali
Quando la strada vi chiama, saltate pure
dentro cerchi lunari con nemici e visioni,
ma al ritorno ricordatevi di chiudere bene la porta
Indignatevi alle spalle delle vostre vocazioni
Trovatevi sempre un luogo scomodo
dove passare le vacanze
ed elargite consigli amorosi ai baristi
Siate bambini nelle preghiere e alberi nelle maledizioni
non sottraetevi agli eccessi
sfidateli insegnando loro un coro di hallelujah
Onorate la tragicità della poesia
Tacete d'innanzi al rammarico di un vecchio musicista
lasciate che vi porti più vicini a dio
Sdegnatevi
nauseatevi delle stagioni
interrogatevi sul sacro
ridacchiate del santo
fate le api in una stanza piena di gente
fate i buddha in fila alla stazione
piangete per l'Africa
piangete per me
piangete per tutte le afriche dell'universo
e per quell'Africa che avete dentro il petto
alle spalle della quale stipulate contratti di morte
Fidatevi sempre di un uomo dalle scarpe sgualcite
Non censurate il vostro autolesionismo
Contemplate i movimenti intestinali del sole
Vegliate sul sonno embrionale del futuro
Lasciate le membra d'acciaio* ai grattacieli
al diavolo quella vergine infedele di Rimbaud
-ma siate moderni
come un fazzoletto di seta nel taschino di dio



*da Cattivo sangue di Rimbaud

lunedì 25 aprile 2011

Io non so disegnare- quadri di parole




Sono affascinata da quei giocattoli di plastica inutili
per i quali i bambini intelligenti storcerebbero il naso.
Leggo con le gambe sopra la scrivania, anche in pigiama
preferisco portare sempre il mio cappello quando bevo
non parlo e quando parlo bevo lo stesso.
Prima di passare ad'altra vita vorrei fare due passi di swing
a piedi nudi sul tappeto e poi paparappaereraraparapa.

Amo le poesie che sanno di barbarie di alcolisti sentimentali.
Non mi fiderei di un uomo che non ha mai preso un libro
in prestito dalla biblioteca di periferia di una grande città.
Nei bagni ci sono ragazze dai capelli morbidi e luminosi,
io mi trascino dietro questi cinici scarabocchi.
Ho sempre due rughe profonde in fronte
ma mai nelle situazioni tragiche.

Ci ho messo otto anni per scegliere il mio bar di fiducia
un postaccio che sembra aver vomitato sul marciapiede
sedie ornate da fiori di plastica anni ottanta
come le tette gigantesche di una albergatrice di Belleville.
La proprietaria è una ex figlia dei fiori, con un dente
che spunta più lungo di tutti gli altri quando strilla: "belloo"
Ogni volta che le chiedo le caramelle gommose
apre la scatola dal lato sbagliato facendole cadere tutte.
Finito il caffè, mi capita d'incrociare quello che era
il più figo dei rappresentanti del liceo, fa il postino,
uno come dire, dalla bellezza imbarazzante, peccato
non averlo mai sposato, non avergli mai detto una bugia.

Lucio lavora al pronto soccorso. Fa il turno della sera.
"Oh che dolce, si te quiero anche yo" dice al cellulare
mentre il suo collega continua a guidare l'ambulanza,
a lui il cellulare non suona mai, così ha finito col parlare
con i semafori e capita che manchi spesso dal lavoro.
Dicono che abbia una sindrome strana, ma Lucio lo sa,
ha la sindrome della solitudine!

Una signora dai capelli rossi entra nel negozio
che ripara scarpe e borse, una piccola bottega
dalle tende bianche ricamate, in una via sperduta
sotto l'ombra di un gigantesco albero.
Mi sono sempre chiesta come potessero andare
gli affari in quella bottega, ma una mattina presto
vidi l'anziano proprietario avanzare sereno
con la sua pipa, braccia dietro la schiena
e sguardo sprofondato nella palude del silenzio;
allora mi sono sentita molto stupida
per essermi fatta quella domanda.

Ci sarà sempre quel paio di stupidi pantaloni
che non hai mai sopportato, e puntualmente
viene fuori che sono i preferiti del tuo uomo.

Ho sempre desiderato vivere
in uno di quei condomini sperduti
in qualche giardino interno
dove si coglie sempre una frescura insolita
dove abita qualche ex-hippie dimeticato da tutti
e dove c'è sempre puzza di piscio e anti-futurismo.

domenica 24 aprile 2011

Tutte le cose inutili che queste mani hanno fatto




Perdona tutte le inutili cose
che queste mani hanno fatto,
ora stringile
non vedi come si tendono
barcollando stupidamente
poi si ritirano subito
sotto la fodera della giacca
pronunciando preghiere underground,
danzano sugli spigoli dei minuti
dalle tasche ai capelli
si sciolgono in perdoni
che non ascolterai:
stringile
e non parlare di quel folle a Parigi;
"rideva, piangeva"?
Tu stringi queste maledette mani
che pare reggano l'alcool meglio di me
e quando te ne andrai
pensa che starò ridendo come lui.

Non toccarmi con guanti e silenzi
al mattino, come gli angeli
che non hanno il diritto di svelare il Paradiso.
Non temo nulla quando ci sei, nemmeno i tuoi addii!
Non temo nulla, ma urlami solo bugie
qui nell'orecchio buono
e frena il torpiloquio dei tuoi occhi
fissi sui miei, parlami di gambe nude
e canzoni da festival...!
Al mattino non cercherò scioccamente
di scacciare il primo raggio di luce
che ti sveglierà, come potrei?
E' la tua fronte il suo nascondiglio perfetto
il suo reame più buffo
la sua arcana patria!
Non sono solita lottare contro simili amanti,
in verità non credo d'aver mai pensato
che le amanti vanno lottate,
tanto meno sconfitte!
Ci sarà qualcosa di buono che sapranno aggiungere,
o qualcosa di brutto che sapranno portar via.
Allora al diavolo, mi arrendo ma tu
stringimi le mani prima di uscire!
Una volta fuori da quella porta
non ti voltare, vivi,
potrei già essermi dimenticata di tutto
dovendo imparare a non-esistere per entrambi.