sabato 1 luglio 2017

HANNO UN GRAN DA FARE I GIOVANI

Hanno un gran da fare i giovani
cercando di dissezionare il proprio inconscio
ed è tutto un io-specchio-del-mondo
E pensano ai fiori i giovani
raccolgono fiori, regalano fiori, 
strappano i petali uno ad uno
poi si strappano i capelli perché i petali hanno parlato.
Hanno un gran da fare i giovani
a vivere tutto con frenesia, stordire l'insonnia
con psicologia spiccia, droghe e albe
tutto come se capitasse per la prima volta
e questa fosse l'ultima.
Hanno un gran da fare a sprecare note e parole
tubetti di colore, stoffe e rullini
Non usano posaceneri, hanno una gran fretta
a rincorrere gli amori
baciare e baciare come se dovessero scovare un segreto
Hanno un gran da fare a trattenere le lacrime
la voce alta
e le mani
impegnate in zuffe e autoerotismo.
Hanno un gran da fare i giovani
a non rimettersi gli stessi vestiti due giorni di seguito
più spavaldi dei commessi dei grandi magazzini
-mentre tu tremi all'idea di comperare
un nuovo paio di scarpe-
con le idee così limpide
le convinzioni politiche limpide
le camicette limpide.
Hanno un gran da fare i giovani
a ignorare vite passate e future
a storcere il naso di fronte all'inezia
alla lentezza
alle pance flaccide
e ai ripensamenti.
Si aspettano che tu abbia sempre
qualcosa di interessante da dire
ma poi quando ti fissano dritto sulla bocca
tu ti limiti a chiedere se gradiscono un uovo fritto
e mentre loro cercano di trovare un senso
al tuo silenzio e alle uova
tu le mandi giù a bocconi grossi
ti accorgi della bottiglia mezza vuota
guardi l'orologio
e pensi agli orari dell'alimentari.
E mentre i giovani interpretano il tuo gesto
come un invito ad andare
lavi i piatti e speri che domani piova ancora.
Vi salutate e sospiri
perché in fondo non vi siete granché capiti
ma almeno qualcuno di loro, pensi,
tenterà di scrivere una poesia sulle uova fritte
e anche questa volta te la sei cavata.

lunedì 12 giugno 2017

L'AMORE NON RICAMBIATO

Lasciate che vi prendano per mano, 
anche quando lo sforzo sudaticcio
dei loro pensieri sconfina in convinzioni limitanti
abbiate il coraggio di comprare il biglietto
di quella linea dalla destinazione sconosciuta
concedeteli pupille limpide e ferme
non convertite i vostri ideali
mandateli in vacanza
rassicurandoli che vi ritroveranno al rientro.
E così denudati delle armi più preziose
fatevi trascinare;
l’amore non ricambiato
sarà come l’ennesimo gioco infantile
in cui non ci sono vittime, ma solo ginocchia sbucciate.
Quando all’apice della battaglia
non avrete più di fronte un compagno di giochi
ma un nemico,
ripulite il davanzale, date acqua alle piante grasse
abbandonate la fortezza
e concedetevi la libertà
di poter ricominciare.

lunedì 15 maggio 2017

COME UNA TERRA ANCESTRALE

T’incontrai come si incontra una speranza perduta
senza stupore
senza sofferenza
Affondavo le mani nella tua carne, tu
giovane in felicità
vecchio in disillusioni
e dalle crepe perdevo l’amore di cui tu mi riempivi
come un temporale
su una terra ancestrale
M’incontrasti come si incontra un incubo già vissuto
incubi
dalla bellezza faticosa
Affondavi le mani incredulo nella mia carne, io
vecchia in coscienza
giovane in strada.
e nei pori conservavi l’amore di cui ti riempivo
come una terra ancestrale
al passaggio di un temporale.

lunedì 3 aprile 2017

AH, POTERLA CANTARE LA POESIA




Langue la poesia, non serve 
nemmeno al poeta che prende in prestito 
il linguaggio freddo delle bottiglie
per sopravvivere e attende i tramonti 
sul terrazzo di una vecchia locanda 
azzuffandosi con barboni e fantasmi
fradice le mani di sporco pianto.
Non serve al bambino dalla passione originale
che preferisce le cime degli alberi
agli equilibri abissali delle parole.
Non serve ad Agnese rimasta senza marito.
Non serve al curato che usa ricatti universali.
Non serve al cane che fissa la luna.
Non serve alla notte che sbircia degradi meno discreti.
Non serve all'innamorato, dannata poesia,
cosa ne capisce lei delle parole che non stanno mai in fila,
belle e pulite, sicure anche quando sbagliate,
innocenti anche quando crudeli, dannata poesia!
Non serve a Olenin*, il chierichetto muto
che accarezza i tasti dell'organo,
mentre Marjanka* gioca in giardino. Ah,
saperla cantare la poesia -pensa- ah,
poterla cantare!

venerdì 10 marzo 2017

IL FAGIANO



Da poco tempo mi sono trasferita
Il trono della mia nuova prigione
è nuovo di zecca, ecopelle grigia
comodità tollerabile.
Dalla finestra consumo il privilegio
delle ore di libertà
osservando un grande giardino:
rami lunghi e secchi ed erba incolta.
Nel giardino vive un fagiano
emette strani suoni
- chi diavolo conosceva il verso del fagiano-
e pare sia anch’esso sovrano delle sue ore
ma dell’immensità del  giardino
ho notato che esplora solo un angolo limitato,
e quando passo vicino al recinto
con indiscrezione tipicamente umana
mi ignora- il fagiano selvaggio del centro città!

La via che percorro mi è nota
ma inizia a mancare ogni giorno
un dettaglio che rinnovi lo stupore
Oggi ad esempio, c’era una lunga fila di giovani
davanti a un grande magazzino
attendevano di fare un provino
su come indossare i jeans
Pensai a quando noi da giovani
facevamo la fila all'apertura della biblioteca
per occupare il posto più silenzioso;
ma credo non sia proprio  la stessa cosa.

Ora di silenzio ne abbiamo in abbondanza
solo che sembra abbia smesso di darci un’occasione
Se ne sta con aria di sfida
a pochi centimetri dalla punta delle dita
corrose dalla vocazione al passato.
Il segreto, avresti detto
- con idioma certo più adeguato-
è ignorare l'immensità del giardino
custodire, certo,  oggetti o ricordi
ma in luoghi difficilmente accessibili,
come la cantina di un vicino di casa
o un baule di cui perdi di proposito la chiave
allora il silenzio ritornerà a svelare
come un fagiano impertinente in centro città
il dettaglio quotidiano che nutre lo stupore.

giovedì 29 dicembre 2016

LETTERA DI FINE ANNO

Dovrei scriverti una lettera, Charlie.
La fine dell’anno è vicina
dovrei scrivere
ma quest’anno ha ucciso tutti i suoi ostaggi; 
e gli elenchi delle cose da fare
le orme delle vie errate
il prezzario delle cose che contano
tutto è svanito, 
come fosse stato scritto sulla sabbia.
Ma non siamo in Abissinia qui,
se scompari, il mistero svanisce con te.
Dovrei raccontarti, Charlie, 
ma da queste parti Auld Lang Syne
non è un inno da ripetere nel giorno di festa
è solo una barriera che ostruisce 
la gola dei nostalgici.
Il giorno di festa,
quello che conosci, che teneramente
per lunghe notti hai cercato
di far entrare a forza dentro a una cornice.
Vorrei fermarla, dicevi, questa gioia
che sei capace di provare solo tu
e i bambini di Dickens.
Vorrei chiuderla in una teca da custodire nei Musei
come i tesori delle piramidi.
Quest’anno, vorrei scriverti,
ci siamo davvero trasformati in piramidi
ma già saccheggiate
e non c’è spazio in una piramide
per il dialogo sussurrato
le stramberie goffe
i dolciumi nascosti nelle tasche
la gioia dell’attesa.
Non si attende più niente qui.
Di certo si vive, si corre affannati
a volte ci si riposa, troppo
si aprono e si chiudono
finestre
messaggi virtuali
amicizie
ire.
Ma no, non si attende.

Ti dovrei scrivere Charlie
che le insegne colorate
rimangono un'attrazione per i nottambuli alle finestre
che il gin è sempre una buona abitudine
e che la poesia,
quella alla fine trova sempre la strada del ritorno.
Ma questo credo tu lo sappia già
e dato che è l’unica cosa che conta
questa lettera è inutile scriverla.

domenica 20 novembre 2016

BELLISSIMI PERDENTI*

A Leonard Cohen


Sono pronto, mio signore-
fu questo il tuo ultimo verso
dalla perfezione rotonda.
Forse ti togliesti per un attimo il cappello
guardandoti indietro
e i mercanti di bugie
i paradossi lineari
i muscoli della debolezza
si contrassero, si nascosero tremanti
come sempre
come mai.

Ti immagino rimetterti il cappello
mentre il coro dalla Torre-
Hineni Hineni- cantava.

Sono pronto, mio signore-
dicesti senza più girarti
con lo sguardo immerso nella palude del silenzio
ma noi non eravamo pronti.
noi non siamo pronti,
Leonard,
ad amare tutte le Marianne del mondo
a seguire tutte le Marianne del mondo
a perdonare tutte le Marianne del mondo.
Ci lasciasti
né pescatori, né buddha
rimaniamo a masticare la tua voce dorata
la bellezza del distacco.
Ci lasciasti con occhi adoranti
i nostri occhi come preghiere
non tornarono più a noi stessi
e sono giorni cattivi
di errori
debolezza dei gesti
di giovinezza disorientata
di silenzi che abbiamo tradito
di fallimenti con cui non abbiamo mai
                       imparato a fare l’amore

Solo la poesia è restata
e nella nebbia di novembre allunga i suoi rami
come mani lascive
come bellissimi peccati originali
accarezzando le rughe nasciture
i fallimenti stratificati
i trucchi mai usati
accarezza le viscere e le mani titubanti
Solo la poesia è rimasta, senza te.
Forse è questo che hai voluto dirci,
Hineni Hineni
Noi, tuoi nudi perdenti bellissimi
con occhi liquefatti in inutili preghiere
siamo rimasti qui

e solo la poesia ci seguirà.




* da Beautiful Losers, titolo di un romanzo di L, Cohen