lunedì 3 aprile 2017
AH, POTERLA CANTARE LA POESIA
Langue la poesia, non serve
nemmeno al poeta che prende in prestito
il linguaggio freddo delle bottiglie
per sopravvivere e attende i tramonti
sul terrazzo di una vecchia locanda
azzuffandosi con barboni e fantasmi
fradice le mani di sporco pianto.
Non serve al bambino dalla passione originale
che preferisce le cime degli alberi
agli equilibri abissali delle parole.
Non serve ad Agnese rimasta senza marito.
Non serve al curato che usa ricatti universali.
Non serve al cane che fissa la luna.
Non serve alla notte che sbircia degradi meno discreti.
Non serve all'innamorato, dannata poesia,
cosa ne capisce lei delle parole che non stanno mai in fila,
belle e pulite, sicure anche quando sbagliate,
innocenti anche quando crudeli, dannata poesia!
Non serve a Olenin*, il chierichetto muto
che accarezza i tasti dell'organo,
mentre Marjanka* gioca in giardino. Ah,
saperla cantare la poesia -pensa- ah,
poterla cantare!
venerdì 10 marzo 2017
IL FAGIANO
Da poco tempo mi sono trasferita
Il trono della mia nuova prigione
è nuovo di zecca, ecopelle grigia
comodità tollerabile.
Dalla finestra consumo il privilegio
delle ore di libertà
osservando un grande giardino:
rami lunghi e secchi ed erba incolta.
Nel giardino vive un fagiano
emette strani suoni
- chi diavolo conosceva il verso del fagiano-
e pare sia anch’esso sovrano delle sue ore
ma dell’immensità del giardino
ho notato che esplora solo un angolo limitato,
e quando passo vicino al recinto
con indiscrezione tipicamente umana
mi ignora- il fagiano selvaggio del centro città!
La via che percorro mi è nota
ma inizia a mancare ogni giorno
un dettaglio che rinnovi lo stupore
Oggi ad esempio, c’era una lunga fila di giovani
davanti a un grande magazzino
attendevano di fare un provino
su come indossare i jeans
Pensai a quando noi da giovani
facevamo la fila all'apertura della biblioteca
per occupare il posto più silenzioso;
ma credo non sia proprio la stessa cosa.
Ora di silenzio ne abbiamo in abbondanza
solo che sembra abbia smesso di darci un’occasione
Se ne sta con aria di sfida
a pochi centimetri dalla punta delle dita
corrose dalla vocazione al passato.
corrose dalla vocazione al passato.
Il segreto, avresti detto
- con idioma certo più adeguato-
è ignorare l'immensità del giardino
è ignorare l'immensità del giardino
custodire, certo, oggetti o ricordi
ma in luoghi difficilmente accessibili,
ma in luoghi difficilmente accessibili,
come la cantina di un vicino di casa
o un baule di cui perdi di proposito la chiave
allora il silenzio ritornerà a svelare
come un fagiano
impertinente in centro città
il dettaglio quotidiano che nutre lo stupore.giovedì 29 dicembre 2016
LETTERA DI FINE ANNO
Dovrei scriverti una lettera, Charlie.
La fine dell’anno è vicina
dovrei scrivere
ma quest’anno ha ucciso tutti i suoi ostaggi;
e gli elenchi delle cose da fare
le orme delle vie errate
il prezzario delle cose che contano
tutto è svanito,
come fosse stato scritto sulla sabbia.
Ma non siamo in Abissinia qui,
se scompari, il mistero svanisce con te.
La fine dell’anno è vicina
dovrei scrivere
ma quest’anno ha ucciso tutti i suoi ostaggi;
e gli elenchi delle cose da fare
le orme delle vie errate
il prezzario delle cose che contano
tutto è svanito,
come fosse stato scritto sulla sabbia.
Ma non siamo in Abissinia qui,
se scompari, il mistero svanisce con te.
Dovrei raccontarti, Charlie,
ma da queste parti Auld Lang Syne
non è un inno da ripetere nel giorno di festa
è solo una barriera che ostruisce
la gola dei nostalgici.
Il giorno di festa,
quello che conosci, che teneramente
per lunghe notti hai cercato
di far entrare a forza dentro a una cornice.
Vorrei fermarla, dicevi, questa gioia
che sei capace di provare solo tu
e i bambini di Dickens.
Vorrei chiuderla in una teca da custodire nei Musei
come i tesori delle piramidi.
ma da queste parti Auld Lang Syne
non è un inno da ripetere nel giorno di festa
è solo una barriera che ostruisce
la gola dei nostalgici.
Il giorno di festa,
quello che conosci, che teneramente
per lunghe notti hai cercato
di far entrare a forza dentro a una cornice.
Vorrei fermarla, dicevi, questa gioia
che sei capace di provare solo tu
e i bambini di Dickens.
Vorrei chiuderla in una teca da custodire nei Musei
come i tesori delle piramidi.
Quest’anno, vorrei scriverti,
ci siamo davvero trasformati in piramidi
ma già saccheggiate
e non c’è spazio in una piramide
per il dialogo sussurrato
le stramberie goffe
i dolciumi nascosti nelle tasche
la gioia dell’attesa.
Non si attende più niente qui.
Di certo si vive, si corre affannati
a volte ci si riposa, troppo
si aprono e si chiudono
finestre
messaggi virtuali
amicizie
ire.
Ma no, non si attende.
ci siamo davvero trasformati in piramidi
ma già saccheggiate
e non c’è spazio in una piramide
per il dialogo sussurrato
le stramberie goffe
i dolciumi nascosti nelle tasche
la gioia dell’attesa.
Non si attende più niente qui.
Di certo si vive, si corre affannati
a volte ci si riposa, troppo
si aprono e si chiudono
finestre
messaggi virtuali
amicizie
ire.
Ma no, non si attende.
Ti dovrei scrivere Charlie
che le insegne colorate
rimangono un'attrazione per i nottambuli alle finestre
che il gin è sempre una buona abitudine
e che la poesia,
quella alla fine trova sempre la strada del ritorno.
Ma questo credo tu lo sappia già
e dato che è l’unica cosa che conta
questa lettera è inutile scriverla.
che le insegne colorate
rimangono un'attrazione per i nottambuli alle finestre
che il gin è sempre una buona abitudine
e che la poesia,
quella alla fine trova sempre la strada del ritorno.
Ma questo credo tu lo sappia già
e dato che è l’unica cosa che conta
questa lettera è inutile scriverla.
domenica 20 novembre 2016
BELLISSIMI PERDENTI*
A Leonard Cohen
Sono pronto, mio signore-
fu questo il tuo ultimo verso
dalla perfezione rotonda.
Forse ti togliesti per un attimo
il cappello
guardandoti indietro
e i mercanti di bugie
i paradossi lineari
i muscoli della debolezza
si contrassero, si nascosero
tremanti
come sempre
come mai.
Ti immagino rimetterti il
cappello
mentre il coro dalla Torre-
Hineni Hineni- cantava.
Sono pronto, mio signore-
dicesti senza più girarti
con lo sguardo immerso nella
palude del silenzio
ma noi non eravamo pronti.
noi non siamo pronti,
Leonard,
ad amare tutte le Marianne del
mondo
a seguire tutte le Marianne del
mondo
a perdonare tutte le Marianne del
mondo.
Ci lasciasti
né pescatori, né buddha
rimaniamo a masticare la tua voce
dorata
la bellezza del distacco.
Ci lasciasti con occhi adoranti
i nostri occhi come preghiere
non tornarono più a noi stessi
e sono giorni cattivi
di errori
debolezza dei gesti
di giovinezza disorientata
di silenzi che abbiamo tradito
di fallimenti con cui non abbiamo
mai
imparato a fare l’amore
Solo la poesia è restata
e nella nebbia di novembre
allunga i suoi rami
come mani lascive
come bellissimi peccati originali
accarezzando le rughe nasciture
i fallimenti stratificati
i trucchi mai usati
accarezza le viscere e le mani
titubanti
Solo la poesia è rimasta, senza
te.
Forse è questo che hai voluto
dirci,
Hineni Hineni
Noi, tuoi nudi perdenti
bellissimi
con occhi liquefatti in inutili preghiere
siamo rimasti qui
e solo la poesia ci seguirà.
* da Beautiful Losers, titolo di un romanzo di L, Cohen
sabato 12 novembre 2016
CRISI DI NERVI
" Involontariamente verso queste tristi rive, mi attira una forza ignota,
cantava lo studente di medicina"- Anton Cechov
Era il 31 dicembre
e camminavo in centro a Reggio Emilia, sotto un sole quanto
mai inappropriato. Giò e Alice discorrevano di cose, sì cose e nient'altro. Io
seguivo la linea dei marciapiedi e di tanto in tanto canticchiavo qualche
verso- tutta la situazione mi rimandava a quel racconto di Anton Cechov,
"Crisi di nervi[1]".
Mi chiamo Charlie e
sono uno studente di legge. Superflua informazione. Riconosco la mia goffaggine
così mi ritiro lungo la linea del marciapiede a mettere alla prova la mia capacità
di equilibrio.
Era una giornata
di sole e mi sentivo come Vasil'ev che "commosso guardava gli amici, li
ammirava e li invidiava. Come tutto in quegli uomini, seri forti e allegri era
equilibrato. Come tutto nelle loro menti era definito e liscio!"
Mentre io sono Charlie, giovane invecchiato studente di legge ed ho una voglia incontenibile di
confessarvi che scrivo anche se questo mi riporta ai giorni precedenti a quel
31 dicembre- tutto mi turba oltre mondo- quindi taccio.
Giò ed Alice si
scambiarono occhiate piene di significato quando ad un tratto mi staccai da
loro andandomi a sedere su una panchina in piazza Fontanesi.
"Sei sicuro
di stare bene Charlie?"
"Certo"-
in mente mi venne l'immagine di quel cucciolo di labrador che tengo
incorniciata sulla scrivania- mi toccai la faccia, era ancora al suo posto ma
non la sentivo.
"Vuoi che ti
lasciamo da solo?"
"Vuoi che
resti con te? Vuoi?"- disse Alice col suo vitale ma irritante senso
dell'altruismo. Umanità! Umanità! Io in quel racconto di Cechov non sarei stato
di certo l'uomo con il talento umanitario.
"No, andate.
Ci rivediamo stasera"
Se ne andarono
bisbigliando, terrore nei loro occhi, indifferenza nei miei, perché quella
crisi di nervi stava per svanire- lo sentivo che era ora- e mi sarei sentito
più solo di prima, più stabile di prima, più forte di prima.
Oh orrore! Sentii
il vento fischiare lungo i fiumi-dolorosi canti d'addio- e guardai in alto;
vecchi rami di alberi come sporchi capelli di streghe venivano piano piano
inghiottiti dalla nebbia. Avrei ancora dovuto sopportare l'ennesimo crepuscolo
inventando parole immobili seduto su una fredda panchina?
"Nella propria
selvaggia natura ci si ricrea nel miglior modo della propria non natura, della
propria spiritualità"[2]
Oh, al diavolo
quel senza-dio di Nietzsche. Elessi mio Signore quel tizio con i baffi e la
pelliccia che passava in bici e assomigliava ad E.A Poe e seguitai speranzoso
ad ascoltare musica natalizia in chiave
jazz- una prostituta vestita da gran dama.
Tutta questa storia
della crisi iniziò quel giorno in cui incontrai Jolene...oh Jolene e la sua
voce così profonda e rassicurante (ho bisogno di un altro sorso di whisky)
Jolene e la sua giovinezza -la sua incoscienza confortante.
La incontrai in
una libreria di libri usati. Ma finì. Certo che finì.
Quel giorno mi
ritrovai in quella libreria per trovare materiale per un articolo che sarebbe dovuto uscire sul giornale
studentesco. Gli ultimi raggi del sole, quelli più intensi, le coprivano il
volto corrucciato mentre cercava tra gli scaffali.
Annusavo
avidamente il profumi di libri vecchi e mi chiedevo quando chiudeva quel posto-
dimenticandomi di quei luoghi senza aperture, né chiusure, crudeli come
l'immaginazione e perfetti come il volto di d-o, luoghi che esistono ovunque ma
non sono da nessuna parte- gli Attimi, luoghi della mente dove noi ci buttiamo
a capofitto dimenticandoci di lasciare fuori i nostri ingombranti
sentimentalismi- così vennero profanati i mari del nord.
Mi allungò un
volume di Ginsberg dentro il quale aveva messo un fogliettino - lessi parole
che credevo fossero "delle menti distrutte dalla pazzia"- e
m'innamorai di lei, del suo corpo che immaginavo nelle lunghe e desolate sere
trascorse in qualche squallida birreria, attendendo di rivederla ancora, attendendo
una sua parola.
E un giorno Jolene
tornò, riapparve con labbra terrificanti e con dita che suonarono i genitali
della mia mente impazzita e vidi fanciulle gettarsi dai ponti, d'oro vestite in
quella notte in cui lei continuava a dirmi "ti Amo" e non sapeva
nulla di me, ma potevo io mandarla via? Era tutto ciò che avevo segretamente
sognato.
Mi legò a se senza
fare un gesto- così nella speranza di affondare il cuore unghioso nella sua
pelle, la portavo ovunque con me. E lei
voleva la "devastazione".
Oh Jolene, cosa
avrei dato per stare seduto in un angolo osservandoti scrivere con quelle tue
mani come un grilli ubriachi sulle spighe d'oro nelle notti d'agosto.
Ma lei non
comprese mai quel mio bisogno di dondolare per strade al ritmo di jazz. Intere
notti tremavo più per il suo disprezzo che per gli incubi. Ma io ero un bruto,
un "uomo ridicolo[3]” che credeva nella
comunione delle menti e nella fiducia. Al diavolo! Volevo anch'io la
devastazione, ma la poesia? Può un uomo lottare contro la propria natura?
La portai ovunque,
ovunque potessi esserci anch'io, dietro le quinte dei miei spettacoli di teatro
ma lei si vergognava della mia inerzia, la portavo nelle aule universitarie ma
lei si vergognava del mio scetticismo, la portavo nelle feste private ma lei si
vergognava della mia goffaggine- così mi rifugiavo in bagno con una bottiglia
di vino dimenticandola là fuori.
Volevo scrivere
per lei, ma a lei questo non bastava. Un meccanismo perverso sembrò perfezionarsi
di giorno in giorno finché gli Zoa[4] vinsero sulla mia volontà
e diventai uno fuori dall'Eterno, uno indifferente.
Oh Jolene, il
mondo condannò me e te ed ogni nostra promessa alla ridicolaggine.
E ora sei spettro:
elementi dell'ideale che hanno cessato di essere in comunione con il
Divino.(definizione inaffidabile)
Quante notti ho
passato da ubriaco a parlare con i personaggi dei quadri di Hopper, li ho
odiati sai, li aggredivo ogni volta che assaltava i miei occhi quella loro
indifferenza alla condizione di solitudine universale. Col tempo arrivarono
Lucia e Paola e Elisabetta, trascinandomi nelle loro vite prive di intensità,
prive di complicazioni. M'illusi di poterti dimenticare, mi convinsi di
sentirmi bene nell'oceano dell'anonimato. Mi convinsi...fino a quando compresi
che non ero fatto per l'oceano- la grandezza mi ha sempre spaventato.
Tutto ciò che
avevo era una certezza profonda, come profonda era l'angoscia che generava: le nostre
notti passate a sussurrarci e a scrivere sciocchezze più sante di tutti i santi
libri del mondo, tutte quelle notti...Tuttora pensandoci mi sento come quel
pazzo che cammina per la strada e grida di aver visto il paradiso, un tizio lo
ferma e gli dice che si sbaglia, che non esiste il paradiso ma il pazzo
continua ad affermare che esiste, allora gli si chiede di provarlo così lui
inizia un pianto angoscioso e disperato perché non può provarlo, ma lui sa che
esiste, lui lo sa!
Oh Jolene, io
avrei voluto toccarti in eterno ma come può un uomo salvarsi dalla vita se non
vivendola? Ed ecco che scioccamente parlo a te come se tu fossi presente
ancora, come se tu fossi il miracolo della mia mente, tutta creata da me per
dare vita a quel regno dei poeti tanto bramato nelle fantasie adolescenziali.
Merda a me! Già,
rido ed ascolto Miles Davis e nemmeno merito l'armonia disordinata del jazz, io
che tra i minacciosi rami degli alberi vedo il suo volto- Jolene imbronciata
nemmeno mi guarda, nemmeno si cura di me, mi ama tacendo nella sua benedetta
testardaggine e scrive parole che "pensavo potesse scrivere solo
dio"- così mi disse un giorno quando le feci leggere uno dei miei racconti
e dopo la lascia andare, ma non le dissi come piansi.
Molto spesso ci
accusavamo a vicenda di non amarci, non ci furono lotte più inutili nella
storia dell'umanità. Tutto quello mi rimanda ad un passo di Kerouac che dice:
"Lo Zen è quando la luna mi segue verso nord e ti segue verso sud. La luna
vera chi sta seguendo?" L'amore era vera ovunque fuori dai nostri dubbi.
Mi chiamo Charlie e
studio legge. Certe volte ho bisogno di fissarmi allo specchio e dirmelo. Ho
vissuto tanto a lungo fuori dalla mia vita che ora faccio fatica a credere di
averne una. Io ho decine di taccuini e quadernetti pieni di scarabocchi che disconosco, e di
notte, a volte, sogno il pubblico che assiste ai miei spettacoli di teatro
colpirmi con frutta andata a male, così io prendo due prugne e corro a
costruire Frosty, l'uomo di neve, poi mi metto seduto vicino a lui e piango
perché pare cieco con quelle due prugne al posto degli occhi. Ma né le mie
fantasie, né la mia coscienza riflettono la verità delle cose- mi chiedo cosa
può essere in grado di rifletterla- così mi viene in mente Jolene che mi
trascina su un letto in una camera spoglia e grigia in un pomeriggio
qualsiasi...Stop!
Sono Charlie e studio
legge- tutto quello che avrei voluto fare non è perseguibile se non fuori dal
tempo. Alla finestra del cranio si affacciano clown con sorrisi mostruosi. Ad
ogni incubo volevo chiamare lei, raccontarle tutta la quotidianità per farle
capire che esistevo, che la pioggia mi bagnava come tutti e che no, non mi
bastavo da solo. Ma se certe notti mi trascinavo in degradanti locali o mi
isolavo nella stanza a bere vino scadente leggendo tutta la notte, era perché
il mio animo vigliacco temeva la
spontaneità, quel suo odioso essere Jolene all'infinito. Forse la colpa era
tutta del mio egocentrismo?
Sono Charlie e sono uno studente di legge...hum, no, ero
debole e avrei continuato ad esserlo finché non avessi trovato un posto per me-
sospiro- un posto che però non sto cercando, in verità non voglio trovarlo. Ma
c'era una mente nella quale mi sentivo vivo, Jolene forse non lo sapeva, così
certe notti mi mandava via. Chissà se lo avrebbe fatto se avesse saputo che in
quei momenti mi sentivo il più sfortunato dei barboni, un vagabondo che si
trascina nell'universo-bolla con il peso di troppe parole non esplose. Ma certe
volte ero io a lasciarla fuori con le sue innocenti promesse sulle labbra,
dispettoso come quel bambino che nella sala lettura della biblioteca un giorno
interrompeva la narratrice a ogni frase, lamentandosi e sbuffando. Stizzito
incrociava le braccia, incredulo protestava, interrompeva, rovinava i finali.
"Vai al
diavolo Charlie!" ricordo di averlo sentito tante volte ed in quel vai al
diavolo trovavo tutta la saggezza del mio zarathustra. Lei era la mia morale,
la mia devastazione, la mia delicatezza, il mio Mississippi arrabbiato, il mio
jazz indifferente, il mio vino rosso.
Jolene studiava
con il fervore delle persone equilibrate, io con l'ansia dei pessimisti- tutta
la mia razionalità e la mia conoscenza sprofondava nell'impeto del momento- ero
il mio peggiore incubo e negli ultimi tempi pensai fosse tutta colpa sua! Lei
m'insegnò ad abbandonare l'autocontrollo così permettevo al mio animo ogni
inclinazione a grottesche esagerazioni. Affermavo il contrario del contrario
senza mai rinnegare nulla, correvo avanti avanti avanti- per lungo tempo lei
corse con me, finché un giorno smise di inseguirmi.
Sono Charlie e
sono uno studente di legge. Forse il riassunto di questo sogno sarà l’arringa
più sincera che mai riuscirò a fare in vita.
[1] romanzo
di Anton Cechov
[2] Da Crepuscolo degli Idoli di Nitzsche
[3] Dal racconto
Sogno di un uomo ridicolo di
Dostoevskij
[4] Il mito
ei quattro Zoa come inteso da Blake nelle Visioni
. La caduta dell’uomo eterno è
dovuta alla ribellione dei quattro Zoa che sono: l’intelletto (urizen), l’emozione
(luvah), la sensazione (tharmas) l’immaginazione (urthona).
martedì 1 novembre 2016
La metafisica dell'Appartenenza
Quando pensavo a Charlie pensavo all'Indicibile. Pensavo a quell'esempio preferito della prof. di Sociologia al liceo- il rumore di un albero che cade in un bosco lontano.
Quale rumore fatato, il suo viso contorcersi in un sorriso! Era un po' come le albe di Parigi; quanto suona strano, le albe di Parigi! Nell'immaginario collettivo Parigi è fatta di luci, strade, bancarelle, musei, fiume, quartieri, ma mai nessuno pensa all'alba di Parigi. Io dicevo, mi pare di vedere d-o!
Erano limpide, una di quelle cose incontaminate che mai pensavi di associare alla città. Le godevo ogni volta che tornavo a casa con la prima metro e credetemi, era come sentire il bisbiglio secolare dei segreti più intimi della città infrangersi nel petto, era come sfogliare i diari di tutti i poeti del passato-così provavo un profondo rammarico, per quando ne sarei stata lontana e avrei lottato per trovare qualche parola che almeno ne punteggiasse una scarna immagine nell'aria.
Così, una volta arrivata nel monolocale dove abitavo, mettevo addosso quella sgualcita maglietta viola che Charlie aveva lasciato da me, e provavo lo stesso rammarico. Specchiandomi scorgevo tutta buffa la Metafisica dell'Appartenenza. E sapevo che come delle albe di Parigi, non avrei mai potuto farne parola!
Allora m'infilavo nel letto.
Provare a dimenticare- come se non fosse un urlo, lo scontro epico tra la coscienza e l'immagine mancante, un urlo che squarcia l'elettrico labirinto del giorno moderno.
E poi mi svegliavo di nuovo solo quando le nuvole abbandonavano la trasparenza- un Noi fuori dal cielo- e si gonfiavano di blu, rossi i contorni.
Davanti allo specchio la stessa sagoma della Metafisica dell'Appartenenza, solo un po' più spettinata, solo un po' più rauca.
Indossavo gli abiti della cerimonia notturna- come in un eterno ritorno-in attesa del satori della prossima alba- volto di Charlie- condanna e rigenerazione.
Tutte le notti iniziavano più o meno così: "E lui, cosa vede lui nello specchio"?
Quale rumore fatato, il suo viso contorcersi in un sorriso! Era un po' come le albe di Parigi; quanto suona strano, le albe di Parigi! Nell'immaginario collettivo Parigi è fatta di luci, strade, bancarelle, musei, fiume, quartieri, ma mai nessuno pensa all'alba di Parigi. Io dicevo, mi pare di vedere d-o!
Erano limpide, una di quelle cose incontaminate che mai pensavi di associare alla città. Le godevo ogni volta che tornavo a casa con la prima metro e credetemi, era come sentire il bisbiglio secolare dei segreti più intimi della città infrangersi nel petto, era come sfogliare i diari di tutti i poeti del passato-così provavo un profondo rammarico, per quando ne sarei stata lontana e avrei lottato per trovare qualche parola che almeno ne punteggiasse una scarna immagine nell'aria.
Così, una volta arrivata nel monolocale dove abitavo, mettevo addosso quella sgualcita maglietta viola che Charlie aveva lasciato da me, e provavo lo stesso rammarico. Specchiandomi scorgevo tutta buffa la Metafisica dell'Appartenenza. E sapevo che come delle albe di Parigi, non avrei mai potuto farne parola!
Allora m'infilavo nel letto.
Provare a dimenticare- come se non fosse un urlo, lo scontro epico tra la coscienza e l'immagine mancante, un urlo che squarcia l'elettrico labirinto del giorno moderno.
E poi mi svegliavo di nuovo solo quando le nuvole abbandonavano la trasparenza- un Noi fuori dal cielo- e si gonfiavano di blu, rossi i contorni.
Davanti allo specchio la stessa sagoma della Metafisica dell'Appartenenza, solo un po' più spettinata, solo un po' più rauca.
Indossavo gli abiti della cerimonia notturna- come in un eterno ritorno-in attesa del satori della prossima alba- volto di Charlie- condanna e rigenerazione.
Tutte le notti iniziavano più o meno così: "E lui, cosa vede lui nello specchio"?
sabato 1 ottobre 2016
CREDO DI ESSERE IN ATTESA
Credo di essere in attesa del tempo in cui tornerò
a ritrovare pieni di senso gli stupidi refrain romantici
le reazioni insensate, le bugie sentimentali
le realtà ingombranti, i capricci notturni.
Credo di essere in attesa del tempo in cui tornerò
a pretendere, come un bambino,
di meritare tutto l'amore offertomi
che non esistano orari se non per le cose noiose
che la ragione venga prescritta con parsimonia.
a ritrovare pieni di senso gli stupidi refrain romantici
le reazioni insensate, le bugie sentimentali
le realtà ingombranti, i capricci notturni.
Credo di essere in attesa del tempo in cui tornerò
a pretendere, come un bambino,
di meritare tutto l'amore offertomi
che non esistano orari se non per le cose noiose
che la ragione venga prescritta con parsimonia.
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