Il grande spirito pare abbia visto questo
cento volte e anche più,
uomini con lacrime e grazia
sul volto
nelle braccia
e poi anime asfissiate
da sentimenti poco lungimiranti.
Il grande spirito lo vedo,
sempre più lontano, contratto
con la fronte madida di sudore
come un giovane uomo
colto da incubi in una notte di luglio,
come un vecchio pieno di rimpianti
che non ha fretta
nelle cose che contano,
che sorride a tutti
tranne che davanti allo specchio
-non vuole mai conoscere i finali-
perché conosce IL finale.
Oh, quanto è vicina la morte!
Io tento di non scomparire
all'ombra della sua memoria
mentre tutto intorno a me
le coscienze asfissiate
bombardano i ponti
i fiori lungo i canali
le connessioni celebrali
la lentezza della bellezza
il giusto
l’infinito
l’anima
mostrando i denti alla foresta
più sciacalli degli sciacalli.
Oh, quanto è vicina la morte!
Io tento di non scomparire
all'ombra dell’eco dell’Universo
mentre tutto intorno viaggia,
pare, a velocità umana
quella che è il nulla assoluto
-ostaggio di odi e cancri.
Il grande spirito ha visto tutto questo
cento volte
e altre cento sa di vederlo
e se ne sta come un uomo
pieno di rimpianti
ostinato a mettere ordine attorno,
a gestire la gioia come un fardello,
come un vecchio bambino
indica il grande Vuoto
-privo di passato e futuro-
a delle bestie cieche,
soffre l’ostinazione,
canticchia tra i denti
e piange di nascosto.
Atterrisce dinanzi alla vana felicità
dell’uomo-come un eremita
in un raduno di hippy.
Vuole gridare che l’infelicità
non è sempre l’esito fallimentare
della vicenda,
ma le masse agiscono per semplificazioni
e nel cuore della notte,
quando mi assale al petto tale verità, tremo
come un giovane uomo colto da incubi
in una notte di luglio.
Oh, quanto è vicina la morte!
Solo così il grande spirito
mi si spalanca davanti
ed è chiara tutta la solitudine dell’uomo;
che ha collezionato guerre
senza mai vincerle,
che ha collezionato libri
senza mai conoscere,
che ha collezionato musiche
senza mai cantare al vento,
che ha collezionato braccia
senza mai stringerle,
che ha collezionato capricci
senza mai essere appagato,
che ha adorato Dei
senza mai trovare sollievo,
che si è ingannato
senza essersi mai perdonato.
Oh, vedo il grande spirito, ora,
un po’ meno arreso
come un giovane risvegliato da un incubo
in un’afosa notte di luglio.
Quel giorno aveva risparmiato tempo
per perdere tempo.
Appoggiato sul ponte del cimitero, però,
l’immagine della tazza sporca sul tavolino da salotto
lo perseguitava e anche il letto;
aveva una sorta di fobia per i letti sfatti
erano come piaghe della notte,
capitoli mai chiusi.
Sulla via centrale notò un nuovo bar
chiamato IL BAR,
la cappelleria di via Guidelli si era trasferita,
me ne ricorderò, pensò, almeno fino al giorno in cui
vorrò comprare un nuovo cappello.
Le previsioni davano pioggia ma il cielo resisteva
la gente pareva non preoccuparsene
stringendosi sulle spalle maneggiavano infastiditi
gli inutili ombrelli.
E’ strano, pensò, la tolleranza che la gente
dimostra verso le previsioni errate.
Le vetrine allestivano già la collezione autunno inverno,
d’altronde, non si può attendere l’estate per sempre.
Se solo non avessi mai scritto quell’ultima lettera
pensò davanti a una salumeria
“Prevedo di continuare ad amarti segretamente
Non ho mai detto di essere coraggioso
ma saprò attendere sempre l’estate in cui
staremo mano nella mano, su un’isola”
Altre previsioni e attese, pensò,
e non c’è tolleranza per quelle!
Affrettò il passo,
nelle tabaccherie si affollavano
tabagisti e illusionisti del destino.
No, non mi sta sfuggendo proprio nulla,
disse tra sé e sé, è ora di tornare
a casa mi aspetta l’ennesimo capitolo lasciato in sospeso.
Ho già sprecato tutto ciò che andava sprecato
e nemmeno una goccia di pioggia!
Ho atteso pazientemente
nel brusio della routine quotidiana
sul sagrato di San Giorgio
dove i giovani si stiracchiano tra una pausa e l’altra
sognando l’incontro della vita
o solo un’altra sigaretta elemosinata.
Ho atteso nel cortile interno di un tribunale
tra martelli che battono senza ritmo
burocrazia santificata
e scartoffie dimenticate sulle fotocopiatrici all’orario di chiusura.
Ho atteso pazientemente
che l’anima si schiarisse la voce e venisse parlarmi
col viso pulito, un mattino qualsiasi:
-“le cose stanno così, sissignora!”
Ho atteso pazientemente alla finestra
mentre i moscerini al primo sole
riformavano gli eserciti,
ho atteso che l’anima contrattaccasse
ma essa se ne stava muta
a scavare tunnel dentro la mente,
a grattare le pareti di fegato e memoria
senza ricavarci niente di buono.
Ho atteso pazientemente
sul divano insonne
mentre le tubature dei vicini cantavano
i cani dormivano nelle loro cucce griffate
e l’anima, quella, neanche una parola.
Che cosa mi vuoi dire, cosa diavolo cerchi
con tale affanno- avrei voluto chiederle
se solo non fosse sorda alle suppliche.
Quale verità cerchi di tirare fuori?
La verità è paralizzante.
Cosa vai cercando- avrei voluto gridarle,
non posso arginare all’infinito i silenzi,
ripescare con la logica le implicazioni emotive
che fai fuori a sangue freddo.
Che vai cercando?
La ricerca fine a se stessa
mi fa avere un conto in sospeso con la follia!
Ho atteso pazientemente davanti alla pagina bianca
ma l’anima ha saputo tradire anche quella
senza concedere nessuna risposta.
Credi davvero che verrà il tempo giusto
quello che perdona alla mano i tremolii,
che concilia proustianamente capo e coda,
che non attorciglia le budella in un vortice
di angoscia insensata
e ti bisbiglia pazientemente all'orecchio buono
le verità del mondo?
Credi davvero che ci sarà un tempo giusto
per punire chi nomina l’amore invano,
per dichiarare fuori legge i calzini spaiati
e la solitudine,
per riabilitare le rughe,
per incoronare i perdenti?
Credi che verrà il tempo giusto
quello che non fa morire senza motivo
le piantine da interno,
che mette in fila la notte e l'alba, che le fa rigare dritto
senza permettere ai giorni di confondersi,
che li spoglia dal superfluo
svuotando gli oscuri nascondigli dai deliri di una vita da vinti?
Credi che verrà il tempo giusto
quello in cui ogni dolore umano
guarirà al suono di un violino dorato,
in cui il maglione preferito non si deforma
in cui non avrà più senso domandarsi
Suonò alla porta tre volte. Quando stava per rinunciare sentì la
maniglia girare lentamente. Da quando lei gli aveva restituito, ancora chiusa,
la busta blu contenente con ogni probabilità una lettera d’amore, evitavano di
trascorrere molto tempo insieme.
-“Ti disturbo?”
- “Stavo in balcone”- disse lui distrattamente e lasciando la porta
aperta attraversò la cucina senza invitarla a entrare. Lei lo seguì. Se ne
stava seduto su una vecchia cassa da frutta a fissare intensamente il palazzo
di fronte. Lei si appoggio sulla ringhiera e accese una sigaretta.
-“Non disturbo, vero? Volevo fare due chiacchiere. I pomeriggi
primaverili non finiscono mai.”
-“Già.”
-“Mi ero seduta alla scrivania a scrivere un saggio sulla paura. Avevo
le idee chiare prima di mettermi davanti al foglio bianco. Ma dopo mezz’ora
avevo scritto solo una frase: <la
paura è un sentimento generato dall’ignoto>. Poi ho modificato la frase
qualche volta: l’ignoto genera la paura, la paura è generata dall’ignoto, il
sentimento della paura è dovuto all’ignoto.”
-“Allora sono quattro frasi.”
-“No, alla fine ho cancellato le altre e ho lasciato la prima che
avevo scritto.”
-“Poi?”
-“Poi niente. Tutto qui.”
-“Allora dichiaralo finito, il tuo saggio dico, dichiaralo finito e
basta.”
-“Non esistono saggi di una sola frase!”
-“E chi lo dice? Mettici un titolone lungo lungo ed è fatta: <Saggio sulla paura: quel tedioso pomeriggio
di primavera quando mi misi al computer per scrivere un saggio sulla paura, poi
andai dal vicino per comunicarglielo mentre lui se ne stava sul balcone seduto
su una vecchia cassa di frutta e io mi accesi una sigaretta. La paura è un
sentimento generato dall’ignoto>. Ecco fatto.” - disse senza mai
distogliere lo sguardo dal palazzo di fronte. A volte aguzzava gli occhi,
muovendo leggermente la testa, come se dovesse mettere a fuoco certi dettagli
poco visibili.
-“Mi spieghi che cosa guardi?”
-“Quel balconcino lì, quello del terzo piano.”
-“Quale?”
-“Quello con le piantine aromatiche sul davanzale della finestra della
cucina.”
-“Vuoi mettere su dei vasi con le erbe aromatiche?”
-“Certo non ne avrei paura.”
-“Hai qualcosa da bere in casa?”
-“In frigo dovrebbe esserci del vino. Sii gentile, portamene un
bicchiere.”
-“Ci sarebbe molto di più da dire sulla paura, sai. Ultimamente se ne
sente parlare spesso, ma sempre banalizzando il concetto” - disse lei
rovistando in frigo alla ricerca della bottiglia di vino.
-“Come ogni concetto.”
-“Sì, beh, certo come ogni concetto. Non capisco come facciano i filosofi
a non impazzire di rabbia sentendo alla televisione ogni sorta di cazzata su
ogni sorta di argomento. La velina che parla di eutanasia, il calciatore che
parla di democrazia, il giornalista che parla dell’ordinamento giuridico.”
-“Magari i filosofi non hanno la televisione.”
-“Sì come no…dove trovo i bicchieri?”
-“Non so se sono titolato a darti questa risposta.”
-“Dai…”
-“Nello scolapiatti ma mi dissocio da ogni valutazione in merito.”
-“No davvero, non so come possa essere sopportabile l’idea che ogni
persona sia stata legittimata a parlare di ogni argomento con presunzione e
senza nessuna competenza. Non ti fa rabbia?”
-“Magari i filosofi si arrabbiano quanto te. Poi scrivono un saggio
sulla rabbia. Tanto di guadagnato…grazie.”
Lei gli allungò il bicchiere e si sedette per terra appoggiando le
gambe sulla ringhiera. Lui continuava a fissare il balconcino dell’appartamento
di fronte.
-“Perché ti interessa scrivere un saggio sulla paura?”
-“Ah questo non lo so...tu perché passi il pomeriggio a fissare il
balcone di fronte?”
-“Touché.”
-“No davvero mi dici cosa diavolo stai facendo?”
-“Fisso quel piccione appollaiato lì, tra le piantine su quel balcone.
Se ne sta lì da un po’ e mi sfida col suo sguardo indifferente.”
-“Se è in indifferente come fa a sfidarti?”
-“La sua indifferenza mi sfida.”
-“Tu sei pazzo.”
-“No, lo hai detto tu, sono i pomeriggi di primavera che non finiscono
mai. Guardando quel piccione mi è venuto in mente che probabilmente nel mondo
ci sono migliaia di persone che ogni giorno si riempiono le tasche di briciole
per gettarle ai piccioni, nei parchi, sul balcone, in strada. Ci pensi?
Migliaia di persone nel mondo che ogni giorno pensano ai piccioni. Perché?”
-“E che ne so…”
-“Ma ha dell’incredibile, come fai a non trovarlo straordinariamente
strambo!”
-“Mah”
-“Direi anche pertinente con il tuo saggio mono frase sulla paura..”
-“Ah sì? E come?”
-“Perché le persone hanno paura dei piccioni? Noi conosciamo i
piccioni, sappiamo cosa sono, come vivono eppure migliaia di persone li cibano
e altrettante persone li temono, ne hanno paura. Guarda quel piccione lì.
Continua a sfidarmi. Si fa beffa di me e del proprietario della casa- una
ragazzina niente male tra l’altro! Se ne sta lì indisturbato cagando sul
davanzale. Sa che l’umana non è in casa. Sa che quando l’umana rientrerà lui
volerà via. Il mondo è pieno di pesci-balconi. Mi fissa come per dirmi, ehehe
caro umano, tu non sai quante volte ho padroneggiato la ringhiera del tuo
balcone. Sa che l’umano potrebbe anche avvelenare dei pezzetti di pane per
farlo fuori ma che nella maggior parte dei casi non lo farà. Accetta il rischio
e pare che lo diverta”.
-“Hmmm, tutto questo lo sta
dicendo quel ratto volante spelacchiato laggiù…”
-“Certo. Ora dimmi, perché le persone hanno paura dei piccioni? I
piccioni non sono l’ignoto…potresti riempire i bicchieri?”
-“No, ora devo andare.”
-“Perché?”
-“Ho una frase da cancellare…e comunque, quello non è un piccione!”