martedì 25 gennaio 2022

Foto all'epicentro del tornado



Ecco che ruggisce Paul, nello sguardo quarantacinque secoli leggeri, urina ubriaca e qualche sospiro brizzolato. Minestrone primordiale il suo sguardo. Prepara le tazze con gli occhi fissi su Frank che fa scivolare la mano su e giù dietro la mia schiena, spostandomi i capelli leggermente. Tempesta! Ormoni impazziti a far perdere l'equilibrio. Ma Paul sembra sereno, il leone in mezzo alla savana non ha paura della tempesta, ha paura della Luna. Ci serve la Luna nelle tazze e si siede a mischiare le stelle con il suo cucchiaino imperatore; addolciamo l'epicentro del tornado. Spegniamo gli ormoni impazziti!
Il suo sguardo è ancora su Frank, il suo sguardo ruggisce dolcemente ma non attacca, il caro amico, lui sa che lo amo.
Parlavamo tempo fa: 
- "Ti amo vecchio Paul, ma guardati, hai il doppio della  mia età e per come ti tratti dimostri un centinaio d’anni in più. Morirai molto presto, quindi lasciami piantare un po’ di erbacce ancora, lasciami giocare in borsa i santi valori della poesia, fammi impazzire al suono delle sveglie che cantano i miei orari sballati, lascia che perda le mie risorse immateriali nel mondo dello sviluppo e non odiarli, loro, non odiarli...Ricordi la scena di Van Norden e la prostituta? E ricordi Joe?"
Si era alzato senza darmi retta per tornare con il libro in mano. Sfoglia e si mette a leggere, con la sua voce rauca, con la sua voce da bambino cresciuto: 
- “Qualcuno deve mettere la mano nella macchina, e magari farsela strappare perché gli ingranaggi combacino di nuovo. Qualcuno deve farlo, senza sperare in un compenso (...);qualcuno con il petto così sottile che una medaglia lo aggobbirebbe. E qualcuno deve gettar cibo nella fica affamata, senza paura di doverlo poi ritogliere. Altrimenti questo spettacolo continuerà in eterno. Non c'è scampo dal macello..."*
- "Ecco, voglio essere quella dalla mano strappata, Paul, mi capisci? Ma poi morirò anch' io e allora, nel regno delle formiche eterne, dei barboni imperatori, degli invisibili, ti amerò ma ora lasciami amare il fango!"- gli dissi.
E ora, qui, mentre sorseggiamo il thè, gli sovviene ogni parola. Appoggia la testa sulla zampa, è il leone in gabbia, è il leone romantico che non vuole sbranare la sua preda ma amarne la carne. Mille sbarre si scopano i suoi desideri, sbarre metafisiche di ordini invisibili, i mai esistiti giusti governi che ammagliano con salari faraonici il lavoro di repressione dell'Io.
Finiamo di bere il thè. Frank raccoglie le tazze e va in cucina mentre io sfoglio il giornale. E' vecchio di un paio di settimane.
- "Ti devi aggiornare Paul..."
- "Perché? Gli uomini hanno per caso rinunciato alle loro gabbie mentali e gli incompresi sono i Re del Mondo?"
- "No Paul, gli uomini sono sempre ciò che credono di essere, l'alcol ha sempre tanti cari amici fedeli, il prezzo della benzina sale, i treni arrivano sempre in ritardo...tutto nella norma!"
- "Mi piace il tuo uomo"- dice fissando Frank che lava le tazze in cucina. Ma io non voglio parlare di questo.
- "Da quanti giorni non esci di casa?"
- "Mi piace il ragazzo..."- continua.
- "E' il mio uomo Paul"- gli rispondo senza staccare gli occhi dal giornale ma penso che voglio essere quella mano che aiuta la macchina, quindi continuo -"ma se lui vuole...".

Paul inizia a tossire, tossisce fino ad incrinarsi l'anima e gli occhi sembrano aver intrapreso un viaggio lontano; sembrano portarsi su paesaggi sconosciuti, lontano da questo appartamento spoglio in mezzo alla grande metropoli, lontano dalla sala impregnata di pesanti odori, fumo, cibo scadente, rassegnazione, calzini sporchi, giornali stagnanti di notizie-illusione. Lontano da questo tavolo di legno ben decorato, trasportato dalla Caritas con il furgoncino bianco, mentre si chiacchierava della Nascita della tragedia e di Kant, di Celan e della ontofenomenologia del pensiero giuridico. Lontano dalla mia mano, illusa autrice di versi buffoni, che prende la sua mano divina e piena di calli, la sua mano divina divina divina, nelle fredde solitarie notti d'inverno a spegnere nell'alcol illuminati pensieri geniali! La sua mano divina tremante, la stringo mentre tossisce ancora.
Si sveglia come da un incubo e fissa le nostre mani sul tavolo. Frank nel frattempo ha finito in cucina, è appoggiato alla porta; sei occhi a fissare due mani che si stringono su un tavolo di legno della Caritas.
Paul alza lo sguardo verso di lui.
- "Dimmi, sa almeno scoparti bene?"
Abbandono la sua mano e mi avvicino a Frank allungandogli la giacca. Gli sistemo il cappello sfiorandogli il viso. Lui mi aiuta a mettere il cappotto.
- "Lui ha un grande difetto” -dico- “mi ama".
Apriamo la porta. Dal pianerottolo entra aria gelida.
- "A presto Paul, stammi bene"- dice Frank uscendo. Io rimango sull'uscio. Paul è seduto al tavolo a giocherellare con i granelli di zucchero. Ha sentito la risposta che voleva sentire. Sorrido. Lui non alza la testa. Esco, chiudendomi la porta alle spalle.
Entrare uscire entrare uscire entrare.
Trascinarsi senza gravità sul fiato incazzato degli dèi, nella ferocia del tornado, per ricadere poi nella banalità di una serata tra le vie della metropoli. Non c'è altro modo per SENTIRE, se non quello di esasperare i momenti di follia; dopodiché, l'appiccicume vomitevole del nulla che accompagna la quotidianità, fino al prossimo tornado...il prossimo tornado... può avere il nome di  un uomo, di una città, di un locale, di un ospedale, di una nave, di una prigione, di un centro di disintossicazione, della metropolitana, di un'università. Ma quando arriva bisogna abbandonarsi alla sua forza distruttrice, abbattere i confini, evacuare l'anima. Allora, l'epicentro del vero-vissuto vi vedrà protagonisti. Dall'alto, gli dèi curiosi vi faranno una foto, entrerete nella loro memoria, bisbiglieranno il vostro nome.
In ascensore Frank mi blocca le spalle. La sua bocca invade la mia, con violenza, possessione, incomprensione, debolezza. Vuole tutto tutto tutto, ora!
Ci ritroviamo in strada. Soliti rumori...il pianeta è un gigante rotolo di nastro rovinato.
- "Vado a bere con qualche amico al bar delle Colonne. Hai tu la mia chiave..."- mi dice con lo sguardo fisso per terra.
- "A dopo"- gli rispondo e mi allontano dal lato opposto per prendere la metropolitana. Ognuno la sotto è preso dai suoi pensieri. Metto le cuffie e prendo il mio posticino dentro allo stomaco del serpente rumoroso, che sfreccia instancabile giorno e notte, a collegare testa e piedi della città, senza mai toccare il cuore.
Mi soffermo sui visi, quanti visi...chi un lavoro ce l'ha ma vuole cambiarlo, chi non ha più una casa, chi non ha un regolare permesso di soggiorno, chi ha abbandonato i figli, chi vuole una borsa nuova, chi non riesce a pagarsi l'assicurazione...Chi è questa gente? Riusciranno mai a capire me? E io riuscirò mai a capire loro?
Frank rientra molto tardi. Ha bevuto al solito bar, da solo, a cercare di capire tutto questo. Si butta sul letto. Una volta finito di correggere certe bozze al computer, lo raggiungerò.
E gli dèi curiosi scatteranno la foto all'epicentro del tornado.







(*da Tropico del Cancro di Henry Miller)

martedì 1 settembre 2020

CREDO SIA TUTTO



Ho deposto i ricordi

i ricami su cartastraccia

ho svuotato le tasche dalle bizzarrie

e no, non c'è niente di bello 

nella pioggia del 01.34

quando si è vuoti di attese.

La tempesta ispira 

quando si brama Il segno.

Chiedi al rammaricato

all'esiliato

al frenastenico

al dimenticato

quanto sia bella la pioggia del 01.34.

Temo di poter soccombere alla felicità

per questo capovolgo desideri

davvero

credo sia tutto,

tutto.


Ho tentato d'accorciare ore e distanze

conservo le spiegazioni

in barattoli sottovuoto

- come esperimenti fallimentari-

quelli mi fissano dalle mensole

risparmiandomi i perché.

Non ho mai saputo sintetizzare le parole 

( come L.Cohen)

ma tu, almeno, potevi amarmi

lo stesso.


Non ho mai voluto la montagna

ma ho fatta sanguinare la mente

scalandoti

una volta in cima

il petto ha ceduto.

Una vittima ignara del crimine

può assolvere il carnefice?

Un errore non indotto

deve per forza essere vergogna?

Proteggo le mie creature malate

un'altra notte in più 

il Sole se la cava;

un raggio sul piede destro

la vita è oltre la fuga

un raggio sulla fronte

i canti che non ascolterai.

venerdì 28 agosto 2020

SCARABEI STERCORARI TECNOLOGICAMENTE EQUIPAGGIATI

 

Perché dovrei pensare a Anne Sexton,

a Van Gogh, alla Cvetaeva, a David Foster Wallace?

Perché dovrei preoccuparmene,

rivangare le pagine delle loro vite

come se ne andasse della mia salute mentale?

Voglio smetterla con i libri

quelli sono solo rogna e bile nera,

il sollievo spirituale

dura il tempo di un sospiro,

il tempo del calcio di un cavallo.

Voglio smetterla con le domande,

con la trasvalutazione dei valori

con gli eterni ritorni

di emicranie e solitudini,

voglio pensare al cavallo sotto forma di tartare

voglio credere che la matematica, beh,

che non serva a nulla

anzi voglio esserne certa,

pretendo di essere felice!

Non tollererò più Whitman e Rimbaud.

Voglio sbronzarmi di certezze.

A cosa diavolo serve l'anima

se milioni di esseri ne vivono senza

ci fanno i falò e ci danzano intorno?!

Voglio unirmi al fuoco sacro,

voglio erigere altari alle cose che non conosco

quotare in borsa la mia religione,

santificare partiti

diagnosticare prostatiti.

Liberatemi!

Voglio sapere di sapere di sapere di sapere

che quel Socrate la cicuta se l'è proprio meritata

e Gauss e tutti i cervelloni

arsi dal disagio

potevano dissetarsi a colpi di cola e ghiaccio- 

"la formula della felicità"!

Non voglio capire perché Ginsberg scelse la pederastia alla guerra.

La guerra.

La guerra.

La voglio rivalutare la guerra

e la pubblicità

e la terra piatta

e le ciliege ai funerali

e la beata routine da scarabei stercorari

tecnologicamente equipaggiati

mangia-lavora-procrea-muori.

venerdì 10 aprile 2020

LE GUERRE CONFUSE



Abbiamo appeso dei cd in balcone, tre file da tre
dovrebbero tenere lontani i piccioni
col loro luccichio
di giorno
di notte suonano canzoni morte
di giorno disturbano i vicini, credo
col loro luccichio pare tengano lontana la vita.
Digerita l’euforia, c’è una gran fame di suoni
lo sguardo, non più infastidito dalla rete,
si getta famelico  oltre la strada
ai marciapiedi,
là, laggiù nel giardino deserto del seminario
i lavori tacciono
i cd continuano a sbrilluccicare
gli alberi rassegnati nascondono le gazze
i dialoghi strisciano apatici
si bloccano sulle dita smangiucchiate
rimandano
si cambiano d’abito, si convertono in sospiri
si auto digeriscono
poi si espellono – tesi – come corpi estranei
su un palcoscenico allestito a festa
mentre i cd
tre file da tre
sotto un sole indifferente
tengono lontani i piccioni col loro luccichio
ancora un giorno in più
i lampioni si accendono , un’altra notte in più
le stelle deridono la nostra impazienza
la nostra lungimirante miopia.

Quando la muta realtà atterra
la sofferenza perde il suo romanticismo.
In strada i suoni si esauriscono
come finali inconcludenti di film che non ricorderemo,
i cieli s’oscurano
di stormi d’uccelli che hanno dimenticato di migrare,
le stanze soffocano in gesti
che hanno dimenticato di vivere,
 alle pareti germogliano piante carnivore
- noi, idrofobi, non troviamo fonti in cui affogare.
Le albe si susseguono,  l’anima del mondo
mi fa male qui, sulla punta dei polpastrelli
s’ammutolisce e si trascina pigra
mentre i piccioni ridacchiano di nascosto
i cd appesi in balcone,  tre file da tre
sbrilluccicano
tacendo
canzoni morte.

sabato 28 marzo 2020

ORA CHE SULLA STRADA NON E' RIMASTO NULLA



Insegnami ad affacciarmi alla finestra
ora che sulla strada non è rimasto nulla,
a conquistare i tetti
a educare il silenzio
a non aspettarmi altro
come quando scrivo e scrivo per te.

Insegnami a ignorare la sconfitta
giunta come un passo sbagliato
durante la nostra danza sgraziata,
a ridere più del necessario
a bere più del dovuto
ad addomesticare l’impazienza e ritrovarmi.

Insegnami a frenare la disillusione
ora che l’amore ci ha abbandonati
in una stazione sconosciuta
ripartendo di fretta
alla ricerca di vittime più docili
di vincitori meno arrendevoli.

Insegnami ad amarti come quando scrivo
a non invidiare gli uccelli
a fare pace col mattino
dentro a questo labirinto pieno di finestre
-alle quali torneremo ad affacciarci-
ora che sulla strada non è rimasto nulla.

venerdì 27 marzo 2020

TELEGRAMMA





Mi è giunto il tuo telegramma.
Mi sono persa nella conta delle sillabe;
da ognuna diramavano mari
asfissie e sponde mai toccate.

Mi è giunto il tuo telegramma
mentre il pomeriggio
confondeva le ore dei giorni
senza prologhi, né finali,
né sogni
ma incubi dati per scontato
e colazioni meccaniche
d'amori coniugali scarni.

Mi è giunto il tuo telegramma
mentre il pavimento scricchiolava
sotto i passi di danza che ci siamo negati
e un tedio opaco
rosicchiava l'aria nelle stanze,
le pareti della cucina si stringevano
attorno a pasti collezionati
e sapori manchevoli.

Mi è giunto il tuo telegramma.
In nove lettere messe in fila
come geroglifici su piramidi mai scoperte
sotto la Luna di Ra
col cuore e la lingua del Cosmo
" ti ri ve drò ".

mercoledì 25 marzo 2020

CERCANDO SOLO DI RESPIRARE



Deve esistere un modo,
ci deve essere un modo per uscire
da questo fotogramma che perde consistenza,
baciare la fronte giusta e andare.
Ci deve essere un modo per uscirne
senza svanire,
impressi all'angolo dell'occhio
di uno spettatore eterno
prendere casa lì, in quel luccichio
e coltivarsi
come mai prima,
come mai, mai.

Ma ora come ora
cerco solo di respirare,
cerco solo di respirare,
respirare.

Quanto più abbonda
- nella tracotanza dell'immobilità-
di aria, tutto questo nulla
che stiamo scrivendoci
che stiamo cantandoci
io brindo a me, mentre tutto ciò
per cui sono, da sempre, in ritardo
vaga insieme ai relitti
in un deserto di nonsense
e si espande sul palcoscenico dei giorni
bruciando come la pellicola di un film muto
dai finali mancati.

Stiamo dicendo troppo per non dire nulla
mentre scorgo ovunque celebrarsi
funerali fantasma
del tempo che conta
degli occhi sbarrati sull'anima
dei dolori che nessuno ha ripagato
dei debiti ingiusti
delle bugie pure.

Per ora io brindo a me
e all'amore che ho svenduto,
alla poesia per cui nessuno ha pagato,
brindo a me
e al meglio che ho saputo fare
- per ora -
cercando solo di respirare
cercando solo di respirare
cercando di respirare.


lunedì 9 dicembre 2019

JOLENE




        "Involontariamente verso queste tristi rive, mi attira una forza ignota-                                                                     cantava lo studente di medicina"- Anton Cechov

Era il 31 dicembre e camminavo lungo le strade illuminate di Reggio Emilia, sotto un sole quanto mai inappropriato. Giovanni e Alice discorrevano di cose, sì cose e nient'altro. Io seguivo la linea del marciapiede e di tanto in tanto canticchiavo qualche verso- tutta la situazione mi rimandava a quel racconto di Anton Cechov, "Crisi di nervi".
Mi chiamo Paul e sono uno studente di legge. Superflua informazione. Riconosco la mia goffaggine così mi ritiro lungo la linea del marciapiede a mettere alla prova la mia capacità di equilibrio.
Era una giornata di sole e mi sentivo come Vasil'ev che "commosso guardava gli amici, li ammirava e li invidiava. Come tutto in quegli uomini, seri forti e allegri era equilibrato. Come tutto nelle loro menti era definito e liscio!"
Mentre io sono Paul, giovane invecchiato studente di legge e ho una voglia incontenibile di confessarvi che scrivo anche se questo mi riporta ai giorni precedenti a quel 31 dicembre- tutto mi turba oltre mondo- quindi taccio.
Giovanni e Alice si scambiarono occhiate piene di significato quando a un tratto mi staccai da loro andandomi a sedere su una panchina in piazza Fontanesi.
"Sei sicuro di stare bene Paul?"
"Certo"- in mente mi venne l'immagine di quel cucciolo di labrador che tengo incorniciata sulla scrivania- mi toccai la faccia, era ancora al suo posto ma non la sentivo.
"Vuoi che ti lasciamo da solo?"
"Vuoi che resti con te? Vuoi?"- disse Alice col suo vitale ma irritante senso dell'altruismo.
Umanità! Umanità!
"No, andate. Ci rivediamo stasera"
Se ne andarono bisbigliando, terrore nei loro occhi, indifferenza nei miei, perché quella crisi di nervi stava per svanire- lo sentivo che era ora- e mi sarei ritrovato più solo di prima, più stabile di prima, più forte di prima.
Oh orrore! Sentii il vento fischiare lungo i fiumi -dolorosi canti d'addio- e guardai in alto; vecchi rami di alberi come sporchi capelli di streghe venivano piano piano inghiottiti dalla nebbia. Avrei ancora dovuto sopportare l'ennesimo crepuscolo inventando parole immobili seduto su una fredda panchina?
                      "Nella propria selvaggia natura ci si ricrea nel miglior modo della propria non natura, della propria spiritualità"
Oh, al diavolo quel senza-dio di Nietzsche. Elessi mio Signore quel tizio con i baffi e la pelliccia che passava in bici e assomigliava a E.A Poe e seguitai speranzoso ad ascoltare musica natalizia in chiave  jazz- una prostituta vestita da gran dama.
Tutta questa storia della crisi iniziò quel giorno in cui incontrai Jolene...oh Jolene e la sua voce così profonda e rassicurante (ho bisogno di un altro sorso di whisky) Jolene e la sua giovinezza -la sua confortante incoscienza.
La incontrai in una libreria di libri usati. Ma finì. Certo che finì.
Quel giorno, in quella libreria cercavo materiale per un articolo  che sarebbe dovuto uscire sul giornale studentesco. Gli ultimi raggi del sole, quelli più intensi, le coprivano il volto corrucciato mentre cercava tra gli scaffali.
Annusavo avidamente il profumi di libri vecchi e mi chiedevo quando chiudeva quel posto- dimenticandomi di quei luoghi senza aperture, né chiusure, crudeli come l'immaginazione e perfetti come il volto di d-o, luoghi che esistono ovunque ma non sono da nessuna parte: gli Attimi, luoghi della mente dove noi ci buttiamo a capofitto dimenticandoci di lasciare fuori i nostri ingombranti sentimentalismi- così vennero profanati i mari del nord.
Mi allungò un volume di Ginsberg dentro il quale aveva messo un fogliettino - lessi parole che credevo fossero "delle menti distrutte dalla pazzia"- e m'innamorai di lei, del suo corpo che immaginavo nelle lunghe e desolate sere trascorse in qualche squallida birreria, attendendo di rivederla ancora, attendendo una sua parola.
E un giorno Jolene tornò, riapparve con labbra terrificanti e con dita che suonarono i genitali della mia mente impazzita e vidi fanciulle gettarsi dai ponti, d'oro vestite, in quella notte in cui lei continuava a dirmi "ti amo", senza sapere nulla di me, ma potevo io mandarla via?! Era tutto ciò che avevo segretamente sognato.
Mi legò a se senza fare un gesto- così nella speranza di affondare il cuore unghioso nella sua pelle, la portavo ovunque con me.
Ma lei non comprese mai quel mio bisogno di dondolare per strade al ritmo di jazz. Intere notti tremavo più per il suo disprezzo che per gli incubi. Oh Jolene, cosa avrei dato per stare seduto in un angolo osservandoti scrivere con quelle tue mani come grilli ubriachi sulle spighe d'oro nelle notti d'agosto.
La portai ovunque, ovunque potessi esserci anch'io, dietro le quinte dei miei spettacoli di teatro ma lei si vergognava della mia inerzia, la portavo nelle aule universitarie ma lei si vergognava del mio scetticismo, la portavo nelle feste private ma lei si vergognava della mia goffaggine così mi rifugiavo in bagno con una bottiglia di vino dimenticandola fuori.
Volevo scrivere per lei, ma a lei questo non bastava. Un meccanismo perverso sembrò perfezionarsi di giorno in giorno finché gli Zoa* vinsero sulla mia volontà e diventai uno fuori dall'Eterno, uno indifferente.
Oh Jolene, il mondo condannò ogni nostra promessa alla ridicolaggine.
E ora sei spettro: elementi dell'ideale che hanno cessato di essere in comunione con il Divino (definizione inaffidabile).
Quante notti ho passato da ubriaco a parlare con i personaggi dei quadri di Hopper, li ho odiati sai, li aggredivo ogni volta che assaltava i miei occhi quella loro indifferenza alla condizione di solitudine universale. E non potevo chiamarti. Come biasimarmi, m'immaginavo la scena, un orgoglioso peccatore privo di talento e di morale che chiede a Gesù di diventare il suo compagno di merende...era più semplice odiare i personaggi di Hopper.
Beatrice e Paola e poi Rita…così mi trascinarono nelle loro vite prive di intensità, prive di complicazioni. Così m'illusi di poterti dimenticare e una volta fuggito dall'acquario soffocante della nostra unicità mi convinsi di sentirmi bene nell'oceano dell'anonimato. Mi convinsi...fino a che compresi che non ero fatto per l'oceano- la grandezza mi ha sempre spaventato.
Tutto ciò che avevo era una certezza profonda, come profonda era l'angoscia che generava. Quelle notti a sussurrarci parole, tutte quelle notti a scrivere sciocchezze più sante di tutti i santi libri del mondo,  tutte quelle notti...oh che angoscia- come quel pazzo che cammina per la strada e grida di aver visto il paradiso, un tizio lo ferma e gli dice che si sbaglia, che non esiste il paradiso ma il pazzo continua ad affermare che esiste, allora gli si chiede di provarlo così lui inizia un pianto angoscioso e disperato perché non può provarlo, ma lui sa che esiste, lui lo sa!
Oh Jolene, io avrei voluto toccarti in eterno ma come può un uomo salvarsi dalla vita se non vivendola? Se il tempo è la copia dell'Eternità°, beh il nostro tempo era una brutta copia indecifrabile- e tu sai della desolazione del crepuscolo- ed ecco che scioccamente parlo a te come se tu fossi presente ancora, come se tu fossi il miracolo della mia mente, tutta creata da me per dare vita a quel regno dei poeti tanto bramato nelle fantasie adolescenziali.
Merda a me! Io che tra i minacciosi rami degli alberi vedo il suo volto- Jolene imbronciata nemmeno mi guarda, nemmeno si cura di me.
Molto spesso ci accusavamo a vicenda di non amarci e non ci furono lotte più inutili nella storia dell'umanità. Tutto quello mi rimanda a un passo di Kerouac che dice:
"Lo Zen è quando la Luna mi segue verso nord e ti segue verso sud.
La Luna vera chi sta seguendo?"
L'amore era vera ovunque fuori dai nostri dubbi, ma non ci fu possibile capirlo così lei soffrì per la mia indifferenza e io per la sua testardaggine mentre ci bastava abbandonare le menti.
Mi chiamo Paul e studio legge. Certe volte ho bisogno di fissarmi allo specchio e dirmelo. Ho vissuto tanto a lungo fuori dalla mia vita che ora faccio fatica a credere di averne una. Io ho decine di taccuini e quadernetti pieni di scarabocchi che disconosco e di notte, a volte, sogno il pubblico che assiste ai miei spettacoli di teatro colpirmi con frutta andata a male, così io prendo due prugne e corro a costruire Frosty, l'uomo di neve, poi mi metto seduto vicino e piango perché pare cieco con quelle due prugne al posto degli occhi!
Ma né le mie fantasie, né la mia coscienza riflettono la verità delle cose- mi chiedo cosa può essere in grado di rifletterla- così mi viene in mente Jolene che mi trascina su un letto in una camera spoglia e grigia in un pomeriggio qualsiasi...Stop!
Sono Paul e studio legge- tutto quello che avrei voluto fare non è perseguibile se non fuori dal tempo. Alla finestra del cranio si affacciano clown con sorrisi mostruosi. Ad ogni incubo volevo chiamare lei. Avrei voluto raccontarle come una notte rientrando in camera dopo una passeggiata sotto la pioggia avevo sfidato il disordine della stanza mettendomi a dormire con i capelli bagnati. Tutto questo per farle capire che c'era l'aria che spostavo e la pioggia che mi bagnava e certi occhi come quelli di Gil che scrutavano penetrando nel profondo delle mie contraddizioni e tutto ciò dimostrava che esistevo, esistevo per lei, per Jolene.
Ma se certe notti mi trascinavo in degradanti birrerie o mi isolavo nella stanza a bere vino da 99 cent o leggevo libri impegnativi(?)  era solo perché il  mio animo vigliacco temeva la spontaneità, quel suo odioso essere Jolene all'infinito, quella sua saggezza così ben camuffata. Così osservavo la cornice con la foto del cucciolo di labrador sulla mia scrivania e giravo tra le dita una penna, compiacendomi di quel vuoto perpetuato istericamente pomeriggio dopo pomeriggio. Forse la colpa era tutta del mio egocentrismo?
Sono Paul e  sono uno studente di legge...hum, no, era solo che ogni mia condizione affermata stava ad indicare una non-condizione. Ero debole e avrei continuato ad esserlo finché non avessi trovato un posto per me- sospiravo- un posto che però non stavo cercando, in verità non volevo trovarlo. Ma c'era una mente nella quale mi sentivo vivo, Jolene forse non lo sapeva, così certe notti mi mandava via. Chissà se lo avrebbe fatto se avesse saputo che in quei momenti mi sentivo il più sfortunato dei barboni, un vagabondo che si trascina nell'universo-bolla con il peso di troppe parole non esplose. Ma certe volte ero io a lasciarla fuori con le sue innocenti promesse sulle labbra, dispettoso come quel bambino che nella sala lettura della biblioteca un giorno interrompeva la narratrice a ogni frase, lamentandosi e sbuffando. Stizzito incrociava le braccia, incredulo protestava, interrompeva, rovinava i finali.
"Vai al diavolo Paul!" ricordo di averlo sentito tante volte e in quel vai al diavolo trovavo tutta la saggezza del mio Zarathustra. Lei era la mia morale, la mia devastazione, la mia delicatezza, il mio Mississipi arrabbiato, il mio jazz indifferente, il mio vino rosso, la mia nebbia invisibile. Ma lei stava diventando grande ed io vecchio e lei sarebbe diventata sempre più grande ed io nemmeno tanto vecchio. Jolene studiava con il fervore delle persone equilibrate, io con l'ansia dei pessimisti- tutta la mia razionalità e la mia conoscenza sprofondava nell'impeto del momento- ero il mio peggiore incubo e negli ultimi tempi pensai fosse tutta colpa sua! Lei m'insegnò ad abbandonare l'autocontrollo e io permisi al mio animo ogni inclinazione a grottesche esagerazioni. Così affermavo il contrario del contrario senza mai rinnegare nulla, correvo avanti avanti avanti- certe volte lei corse con me, finché ne valse la pena o poco più.





* Il mito dei quattro Zoa, come inteso da Blake nelle Visioni. La caduta dell'uomo eterno è dovuta alla ribellione dei quattro Zoa che sono: l'intelletto (urizen) l'emozione (luvah) la sensazione (tharmas) l'immaginazione (urthona)
° Così come inteso da Platone

domenica 1 dicembre 2019

LA PUREZZA DELLA NEVE



- “Andrà tutto bene, devo solo cercare di non morire assiderato” - pensò Charlie mentre il treno pareva arrancasse nel buoi della notte, più assonnato dei passeggeri che gli dormivano in pancia.
Fece di nuovo il suo numero ma dall’altra parte rispondeva sempre la segreteria telefonica. Il numero che avete cercato può essere momentaneamente….
“ Sì sì irraggiungibile o spento. Ho capito. Ma non ti stanchi mai di dire sempre le stesse cose?!” – inveì contro la segreteria a bassa voce-  “d’altronde me lo merito. Ma che mi aspettavo! Se ne esco vivo mi autopunisco. Mi guardo tutto il palinsesto di rete quattro per un mese intero.”
Il treno Lecce Milano delle 22.45 era quasi vuoto. Charlie aveva un rapporto complicato con i treni, li amava, finché non ricordava il viaggio del ritorno, e lui ritornava sempre, ogni volta da dove era partito.
“Non ho il cuore di tenerti sveglia quando domani hai un esame, riccioli d’oro. Ora vai a dormire, o a ripetere..insomma, sì adesso attacco…”
“Qui ha nevicato, avrei voluto ci fossi, saremmo stati lì seduti, senza dire una parola a guardare la neve” – gli aveva risposto Eveline, qualche ora prima. Charlie aveva sospirato profondamente e si era morso una mano dall’altro capo del telefono, senza riuscire a dire altro che un:
“Lo so riccioli d’oro. Lo so.”
“Prima di addormentarmi fisserò la palla di cristallo. Tu amami..”
“Oh cristo, ora devo attaccare” - aveva detto lui. Era corso in bagno e si era fissato allo specchio per qualche minuto. Certe persone vivono in una dimensione puramente sentimentale e quando la realtà sottrae a questa dimensione anche l’ultimo brandello di materiale..beh ecco, si direbbe che “sbroccano”. Scongiurato l’ennesimo attacco di panico era salito sul terrazzo e aveva fumato 4 o 5 sigarette mentre la Luna faceva la disinteressata.
Charlie aveva venti due anni. Una cultura personale che lo faceva apparire strambo davanti ai suoi coetanei. Dei lineamenti scuri e fieri. Una chioma bellissima. Un’acutezza spirituale che lo faceva apparire uno stregone e tanta, tanta sociopatia. Avrebbe potuto fare innamorare di lui chiunque volesse ma aveva fatto innamorare Eveline. Lei aveva una chioma riccioluta. Beveva tanti caffè e di notte non dormiva mai. Avrebbe potuto fare innamorare chiunque volesse ma questa è un’altra storia.
“Guarda, hey Charlie, guarda…”- aveva detto lei durante una video chiamata un anno prima - “Ho comprato questa cosa, di vetro. Va a batterie e la palla di cristallo si illumina.”
La “cosa” era una cineseria di cattivo gusto. Una palla di vetro soffiato con all’interno i tre protagonisti dell’avvento. Insomma, un presepe che si illuminava.
“Prima di conoscerti odiavo il Natale ma ora…”
Quella palla di cristallo aveva perso ogni valenza religiosa e i due avevano riversato sulla “cosa” un significato tutto loro.
Sul terrazzo tirava un gran vento. Un vento caldo di scirocco.
“La neve”-  pensò Charlie e si immaginò Eveline aggirarsi per la città, col suo andamento goffo, sprofondarci dentro.
“La neve e qui 19 gradi. Bah.”
Più il treno avanzava verso nord più nel bagno di quel vagone si sentiva un gran freddo.
Charlie non pensava a nulla. Non era solito dubitare delle sue scelte. Quando agiva pareva riversare tutto se stesso in quella unica azione e tutto il suo essere diveniva tutt’uno con l’istante. Quando dormiva dormiva e quando parlava parlava. Quando amava amava.
“Tu mi fai paura” gli ripeteva Eveline. Charlie si disperava al suono di quella frase. Lei non aveva mai cercato di spiegarsi meglio. Lui di capire.
“Avremmo potuto fissare tutto quel bianco, in silenzio, insieme”- aveva ripetuto sul terrazzo e dopo un istante, ficcato sigarette, un libro e il portafogli nella tasca della giacca si era diretto in stazione. Il treno stava per partire. I soldi per il biglietto non bastavano. Senza nessuna esitazione si infilò nel primo vagone e si rinchiuse in bagno. Non era solito dubitare delle sue scelte. Si fumò una sigaretta sbuffando da una fessura del finestrino rotto. Poi fece per aprire la porta quando vide il controllore sedersi sul sedile pieghevole tra i due vagoni.
“Cristo…proprio qui?!”
Si raccolse nella sua giacca troppo leggera per l’occasione e si accovacciò sotto il lavandino.
“Sarà lunga…”
Il treno pareva arrancasse nella notte, più assonnato dei passeggeri che gli dormivano in pancia.
Tutto intorno solo buio. Charlie pensava alla luce accecante di una città ricoperta dalla neve. Pensava al profilo di Eveline immerso in tutto quel bianco. Si addormentò, sfinito. Molte ore dopo, il saliscendi dei viaggiatori alla stazione di Piacenza lo svegliò. Era quasi l’alba ma ancora buoi tutto intorno. Si toccò la faccia sorpreso di averne ancora una. Tentò di alzarsi. Le gambe non lo ressero. I battiti del cuore sembravano rallentare.
“Se non esco da qui ci muoio” - pensò- “che brutta fine la morte nel cesso di un treno interregionale.”
Uscito dal bagno si rannicchio sul sedile in centro al vagone mezzo vuoto. Inviò un ultimo messaggio a Eveline: “sarò a Milano con il treno delle 07.45”.
Avrebbe visto la neve per la prima volta. Avrebbe visto una città tacere sotto il suo peso. Ed Eveline sarebbe stata al suo fianco. Avrebbe fatto esperienza della purezza. Fuori dal finestrino l’alba stentava a sconfiggere il buio e di nuovo si addormentò profondamente. Al capolinea si svegliò stordito.
Una volta fuori lo accolse il solito grigiore delle stazioni ferroviarie delle metropoli. Cemento, vapori, stridii delle rotaie in movimento. E odore di fast food. Camminò verso l’uscita inglobato dalla frenesia della folla. Tutto intorno neanche l’ombra della neve.
 In lontananza la vide, lì ferma in fondo al binario. Schiena ricurva, capelli arruffati, mani nelle tasche del cappotto più grande di due taglie. Negli occhi un luccichio strano che cadde sul labbro viola dal freddo. In quel luccichio scorse tutta la purezza della neve che non avrebbe mai visto, non quella volta, almeno.

sabato 2 novembre 2019

NOVEMBRE





Non era la lampada fuori posto. Forse. Eppure…no.
Luca era rientrato alle 23.30. In casa, i coinquilini avevano riunito gli amici per l’ennesima cena. Dopo qualche bicchiere si iniziava a sbrodolare chiacchiere senza senso per esorcizzare la paura del vedersi adulti.
-“Bella Luca, dai vieni a bere un bicchiere insieme a noi. C’è Davide che sta dando i numeri.”
In sala una nuvola di fumo smorzava il profilo del mobilio. Sulla poltrona le giacche creavano una montagna liquida. Ai piedi del divano il suo cappotto preferito giaceva per terra. La polvere controluce sulla credenza faceva pensare a sogni ammuffiti. Il catalogo di Ugo Mulas si trovava pericolosamente vicino alle bottiglie di vino rosso. Pensò alle mani lerce dell’amico che lo aveva maneggiato. Ebbe un fremito. Attraversò la sala, prese il catalogo e lo rimise al suo solito posto. Sospirò.
-“No ragazzi, io sono cotto. Me ne vado in camera mia.”
Quella notte aveva piovuto molto. Il giorno dopo si svegliò come chi, sul treno, trassale per paura di aver perso la fermata giusta. Allungò un braccio, oltre il letto il precipizio. Ci sono gesti che sono intraducibili in sensazioni, tanto meno in parole.
L’appartamento di via Cecati taceva. Non era un silenzio piacevole, sembrava un’apnea angosciosa. Luca rimase seduto sul letto per qualche minuto. Non cercava di ricordare, non pensava affatto. Riusciva a sentire Carlo russare nella sua stanza in fondo al corridoio. Poi si alzò di scatto. “Ho bisogno di una doccia”. Sotto la sedia il gambo di una rosa secca. Sul davanzale un paio di scarpette da donna accartocciate. Fuori in strada neanche un auto. Che strane le domeniche prefestive!
-“Questa casa sa di morte”- disse tra se e se attraversando il piccolo corridoio che portava in sala. Entrando trasalì: “ma che cazzo!!!”. Si grattò la nuca con nervosismo. Poi frenò ogni istinto. Sul divano, uno degli amici dormiva sbavando sul bavero del suo cappotto preferito. All’esclamazione di Luca si svegliò.
-“Giulio mi hai fatto prendere uno spavento.”
-“E pensa a me bello…ma che ore sono? Minchia devo andare da mia nonna su in montagna oggi per pranzo. Mi sa che me tocca alzarmi. Che c’hai una sigaretta?”
-“Credo di aver visto un pacchetto là sul tavolo. Lo vuoi il caffè, sto per farlo?”
-“Alla grande fra, ci sta proprio! Cazzo mi sento proprio incriccato.”
Luca sperava che il dialogo cessasse quanto prima ma Giulio, dopo un passaggio rumoroso in bagno, si sedette al tavolo della sala facendo l’elenco dettagliato del menu della nonna. C’è qualcosa di malsano nei logorroici mattutini. C’è qualcosa di molto losco.
Luca se ne stava appoggiato al frigo. Fuori la nebbia si stava diradando. La sirena di un’ambulanza ruppe la sua apnea interiore riportandolo alle melanzane fritte di Giulio. Sui pantaloni ancora le macchie di vino rosso.
-“Giulio devo proprio farmi una doccia ora. Ti saluto. Tu basta che tiri la porta quando esci ok.”
Sotto l’acqua bollente ripensò di nuovo alla lampada. Quella maledetta lampada fuori posto.
-“Perché non mi rispondi? Dimmi cosa significa? Non fare la bambina, Annie, non fare la bambina”- l’aveva supplicata la sera prima ma lei niente.
Annie aveva una bellissima chioma di capelli, sproporzionata alla testa. Mani ossute, corpo minuto tanto da sembrare che si sarebbe piegato su se stesso da un momento all’altro. Si potrebbe dire che disegnava cose, ma di questi tempi si usa dire illustrator. Il suo talento e la sua fama parevano inversamente proporzionate alla fiducia in se stessa.
Faceva un uso eccessivo dei social media, con intelligenza e ironia ma pur sempre eccessivo. Questo tradiva un certo bisogno di piacere; il suo Io sapeva cavalcare selvaggiamente la solitudine, il suo Sé se ne stava imbronciato in un angolo a piagnucolare.
Annie e Luca avevano una relazione malandata, come il ginocchio di lei. Passavano dalle corse sfrenate ai ritiri taciturni a leccarsi ferite, nella maggior parte delle volte, immaginarie.
Luca era un architetto. Da qualche anno aveva investito tutte le sue energie nel progetto del recupero di un piccolo teatro storico di provincia. Il piccolo teatro di provincia era sbocciato e ora richiedeva più attenzioni che mai.
“Più di me…ah non so io, sposatelo quel teatro”- aveva urlato Annie durante una lite di routine. Lui aveva cercato di prenderla per mano ma lei gli aveva dato un morso.
“Non voglio parlarne”- faceva lei, ogni volta che si ritornava sull’argomento.
Ma lui voleva parlarne, eccome. Il suo Sé sapeva cavalcare selvaggiamente la solitudine ma il suo Io era un cacciatore di logica, chiarimenti, risposte.
-“Non so vecchio, quella è un po’ una cazzo di pazza.”- si sentiva dire dagli amici.
-“Non so bella, quello è un po’ moscio, un egocentrico.”- si sentiva dire Annie.
-“Lo so ma non riesco a smettere.”- rispondevano loro all’unisono in due dimensioni sentimentali inconciliabili.
Era capitato, anche se molto raramente, che queste dimensioni si incrociassero. Un anno prima, era estate. Quel giorno due amici si sposavano. Luca svegliandosi aveva trovato Annie, in mutande e canottiera, seduta di fronte al frigo aperto. Beveva direttamente dalla bottiglia del latte.
-“La colazione è servita”- aveva detto lei indicando con la mano il posto vicino sul pavimento - “e dopo ho un folle progetto per la giornata. Chiacchiere sulle panchine dell’Esselunga al fresco e poi cinema all’aperto con annessa lotta contro le zanzare tipo Avengers.”
-“Oggi c’è il matrimonio. Anzi, devo scappare. Ho i vestiti a casa dei miei. Tu sai già cosa metterti?”
-“Ma…mmm.”
-“Cosa?”
-“Niente, tu vai, ci sentiamo più tardi.”
-“Ok”
-“Ok!”
Molte ore più tardi, quello stesso giorno, dopo svariati messaggi turbolenti e chiamate interrotte, Luca aveva perso la pazienza.
-“Quindi vieni o no?”- le aveva urlato al telefono. Non gli piaceva urlare ma tant’è…
-“Ma non lo so, cioè va be’, vai va, tranquillo.”- aveva detto lei, certa del fatto che si sarebbe vendicata psicologicamente nella prima occasione utile.
-“Ma cristo, Annie, cristo che risposta è vai?! Non è una risposta Annie, perché per una volta non cerchi di essere normale?”.
Per lei la lordura sentimentale fertilizzava l’amore. Per lui gli incastri del fato erano semplici calcoli matematici misurabili.
A quel matrimonio Luca ci era comunque andato, senza di lei. Standosene in disparte aveva avuto una certa visione. Mezz’ora dopo avrebbe bussato alla porta di Annie. Lei strillava sopra una base di karaoke di pessima qualità. Aprì la porta con una bottiglia di vino in mano. Non si poteva escludere che la vendetta psicologica fosse già in atto- ma, in tutta quella teatralità, Luca colse solo il lato buffo.
-“Beh che ci fai qui?”
-“Ero lì in un angolo e c’era questa lampada sul tavolo in giardino, sotto un bel porticato e mi sono detto che sarebbe stato molto bello osservare il tuo profilo sotto la luce di quella lampada.”
-“E quindi?”
-“Quindi sono qui, semplicemente.”
-“Beh entra allora, se vuoi.”
Avevano passato una serata spaventosamente perfetta. Senza fare l’amore. Era già passato un anno!
Ora, seduto al tavolo da pranzo dei genitori, continuava a ripensare alla sera prima. La teiera fischiava sopra il fuoco. I suoi dormicchiavano in sala. Le previsioni meteo non promettevano niente di buono.
Ultimamente era stato molto impegnato con l’organizzazione della nuova stagione teatrale. Lui e Annie si vedevano molto poco. Lei, però, sembrava più serena del solito, viaggiava come sempre per lavoro e pareva anche che si divertisse parecchio.
E’ strano come le tragedie spesso si consumino molto discretamente.
-“Hey ti va se mangiamo qualcosa fuori?”
-“Siediti Luca, per favore”.
-“Ok, che succede?”
-“Ho fatto una nuova copertina, sì per un nuovo libro, mi hanno commissionato una nuova copertina. Un libraccio per carità, di questo povero uomo complessato che si alimenta di autocommiserazione. Che insomma non sa stare solo e sa stare troppo bene con gli altri ma che poi con gli altri ci sta bene finché non deve perdere il controllo su tutto…”
-“Si ok, non raccontarmi tutto il libro, magari mi viene voglia di leggerlo.”
Lei nel frattempo era andata in cucina a prendere due calici e la bottiglia di vino.
-“Insomma per questa mi sono ispirata a te…”- disse allungandogli il libro.
Sulla copertina del libro un uomo solo se ne stava seduto a bordo piscina con un bicchiere d’acqua vicino. Era giorno. Su un tavolino basso posto stranamente al centro della copertina una lampada accesa ma non collegata a nulla.
-“Insomma uno stupido idiota depresso a bordo piscina che beve un bicchiere d’acqua, così mi vedi?”- avrebbe risposto Luca ironicamente.
-“Che palle…”
-“Ma cosa, che palle che cosa? Mi spieghi che c’è, Annie non sclerare per nulla. Che diavolo c’è?”
-“Questa copertina mi sembrava perfetta come regalo d’addio.”
-“D’addio?! Cristo dobbiamo ricominciare? Davvero? Si stava così bene…Annie perché? Mi mette a disagio tutta questa follia. Su non scherzare. E questa lampada? Che mi sta a significare?”
Lei beveva affacciata alla finestra. Luca riusciva a sentirla digrignare i denti.
-“Perché non mi rispondi? Dimmi cosa significa? Non fare la bambina, Annie, non fare la bambina”.
Lei aveva scaraventato il bicchiere di vino contro il frigo.
- “Adesso puoi anche andare.”- aveva detto senza aggiungere altro.
Il thè era pronto. La madre di Luca se ne stava versando una tazza. Quella sera avrebbe voluto ci fosse una partita di calcetto. Per lui la follia non digerita andava semplicemente sudata.
“Quella stupida lampada non ha senso”-  pensò - “è quella stupida donna che vuole farmi uscire matto.”