domenica 13 marzo 2011
Pianto del drago
Il ricordo è zazen mentale.
I nervi si piegano
tremano
e si tendono
-troppa fatica-
ma devo resistere.
Un pensiero che non ho pensato.
Ninna nanna di Edo
e la grande onda*
dall'angolo della scrivania
accarezza l'insonnia al buio,
sussurra, come voler chiedere scusa;
grande veggenza, arte terribile.
Zazen mentale
-resisto-
anche quando le membra
dolenti di compassione
mi pungono l'occhio.
Quando l'oceano
dalla lingua fredda
si estese sulla brina delle risaie,
lo so
solo il nulla dentro il nulla,
e questo non può soccombere,
ma riesco a sentire il drago celeste**
piangere
sul tetto del Padiglione d'Oro
*Quadro di Katsushika Hokusai
**Per gli adepti della setta buddistica contemplativa Chan (o Zen in Giappone), il drago rappresenta la visione fugace, istantanea, evanescente e illusoria della Verità, ed era quindi equiparato a una manifestazione cosmica. D'altra parte, per i taoisti il drago era il Tao stesso, incarnato, cioè la Via, la forza onnipresente che si rivela a noi in un baleno per svanire immediatamente.
giovedì 10 marzo 2011
Quando il sudore
Quando il sudore fu spazzato via
dai fazzoletti ricamati dei benpensanti,
quando si smise di agire in progressione
inversamente proporzionale ai colori,
quando una volta spenta la musica
la falsità
ritornò sui loro volti come pus
e lacrime dell'ultimo clown
accovacciato sul pavimento del bagno unisex,
quando gli amici paralizzati
all'idea di avventura
-macchina parcheggiata
meticolosamente
entro le strisce-
tornarono a letto
occhi sbarrati al buio
come riflessi di ragni obesi,
Lou attratta dal mistero
-anfetamina dell'avventuriero-
ritornò dallo sconosciuto
incontrato quella sera nella discorgia
degli strafatti di repressione
tra gli eroinomani dell'auto-inganno.
Con la bocca piena del passeggero di Iggy*
lo trovò fuori dal cancello,
vero
come chi non attende nessuno
e può essere ovunque.
Lei non volle sapere il suo nome,
lui chiese se era mai stata arrestata
per rapimento di innamorati,
lei guidando scorse un lampo obliquo
estendersi dall'orizzonte
fino al petto di lui-
come una sbavatura insensata
nella mente dell'artista.
Poi guidarono e guidarono
attratti dal nullaqui dell'insieme.
Sul ciglio della strada
promisero d'incontrarsi ancora
-così senza nomi-
I semafori lampeggianti
come iene metropolitane,
risero alla morte
dell'ennesimo giuramento.
martedì 8 marzo 2011
Racconto di una tentazione
Presentimenti corporali
come ombre di nuvole
basse
sull'asfalto senza fiori.
Tu chiedi
"quanto pesa, in termini di stupore netto
il mio occhio che segue fedele
il ritmo improvvisato del tuo passo"
Sembri l'ultimo degli spettatori sognanti
in un jazz bar poco illuminato di Belleville.
Dici
"ritornerà la primavera,
non è vero quello che canta Waits*,
puoi farla tornare la primavera!
Vuoi baciarmi ora?"
Ombre di nuvole basse, rotolanti
giù per la gola-
capelli da adolescenti.
"Ma baciami ora!"-
ed un esercito di fiocchi d'oro.
Come farò a non soccombere?
Da troppo tempo gli sguardi
parevano sottotitoli di un brutto film
ed ora il tuo...
Le foglie sembrano coriandoli
di un carnevale di vecchia data-
spettri della divinità Tentazione
"Bacialo ora!"
Guance rosse come morsi bambineschi al cuscino.
Potrei scostare le braccia della solitudine-
questa ragnatela d'una fedeltà fuori moda
ed appoggiare la bocca sulla tua
che scorgo solo ora
come una Luna di luglio
furiosa- in un cielo rassegnato
che se non agisco mi cadrà addosso
- uno scettico schiaccciato da un miracolo-
"Baciami ora, bambina mostruosa"
ed io con l'unghia sulla spalla dolente
"mordimi allora"- con la bocca
di rhum e saggezza- "mordimi,
le spalle, l'occhio, mordimi,
mangiami, mentimi, ma sii vera!
Fuori dal mondo sul quale dondoli
come su una giostra spenta
in un campo d'autunno..."
Ed io sulla tua bocca.
*You can never hold back spring- Tom Waits
martedì 1 marzo 2011
Sequenza

Anime incipriate-
nei pallidi mattini senza sonno
-nè suoni, nè mani-
vidi una luce non mia
e per la prima volta compresi
il tuo pianto antico
Occhi arrossati come Soli
impazziti all'ombra dei monti
***
Le loro mani al di là del vetro
-ardeva sferica leggerezza-
parabola per stelle.
Tutto l'universo sussultava allo spettacolo,
nel vento si spandevano bisbigli celesti
Tremolii del nervo d'amore
***
Jazz-improvvisazione di sassofono-
Pianto del pallido corpo, schiavo
della mia anima negra.
Oh, le partenze!
lunedì 28 febbraio 2011
Genesi

Come faccio a dirlo chiaro?
Eravamo impronta di pianeti
su luna sonnolenta.
Sopracciglia di dee - presupposti remoti
del volgare grugnito delle galassie.
Icone sfuocate della rozza fertilità.
Come faccio a dirlo chiaro?
Eravamo brina sull'erba di praterie roteanti,
bagnato sulle spalle di Dio
-quando di notte sul faro
faceva luce alle navi angeliche.
E poi, in un momento
divenimmo carne dentro la carne
strappati
nati- soli.
Nella più luminosa esplosione
persi nella ragione d'essere.
lunedì 31 gennaio 2011
Prima o poi anche le tue stesse parole smettono di esserti amiche (collage d'altrui poesia)
E-Mails - di Massimo Giardina
Adesso lo so, ma ne ero certo, le mie e-mails non le sono mai arrivate. Sono di nuovo tutte qui, nella memoria, nei miei cassetti, perche’ lei non le leggesse e io gliene parlassi…
La prima Mail era il paesaggio, lo sfondo, descritto da un qualunque punto di vista: “…Stamattina il cielo e’ coperto, fino a qualche ora fa pioveva insistentemente, ora la strada e’ bagnata ai margini e visti da casa mia i palazzi hanno l’altezza dei monumenti. Due piani piu’ sotto un mio amico sta osservando le stesse cose: le macchine che passano, i lampioni che saltano e i cancelli che c’hanno inghiottito, nelle carceri e le fabbriche dell’ozio”
La seconda Mail era nel freddo, sepolta dalla neve, tanto che mi costrinse a coprirmi meglio: “…Il mio cuore e’ il tuo cuore e le mie tempie sono il tuo tempio. Ti ho sposata come volevi, tra lamenti e sciagure. Il giardino della chiesa era addobbato a lutto, mi hai portato all’altare truccato di spine, vestito di piume, perche’ fossi per la vita, il piu’ affascinante degl’insonni che dormono senza sonno”
La terza Mail era all’essenza, mi rivelava, cosi’ com’ero in quel momento: “…Amore mio, il passato preme, grava sul presente che simula se stesso. Avatar dio sumero, mi ha innalzato alla perfezione: sara’ sempre come vorro’ che sia, sempre come non vorro’ che non sia. Resterò piegato su di me, saro’ stupendo, estetico. Mi spacchero’ dentro, per lasciarti fuori”
La quarta Mail era intuizioni, m’invitava a superarmi e a liberarmi: “…E’ gia’ da un pezzo che tengo sotto tiro l’alcolista, ma preferisco non ucciderlo ancora, solo ieri ho fatto fuori l’introverso e il comunista. Quindi non gli sparero’ finche’ tu non verrai, finche’ non mi dirai che non e’ necessario che io ritorni. Lo sai benissimo che e’ colpa mia se non ha piu’ senso, se non c’e’ letteratura, se ho un cancro nei ricordi e se del tempo che stiamo vivendo, non se n’era ancora sentito parlare”
La quinta Mail era il coraggio, rese da li’ in poi intenso ogni mio gesto: “…Vedi? Non mi curo piu’ di me, non ho paura dei divieti. Ora posso seguirti ovunque, descriverti come vecchia e bambina, trapassarti nei pensieri. Posso leggerti e impararne, parlarti di nostro figlio ancor prima che nasca, strappartelo dal seno inevitabilmente, per farne un bastardo di due madri”
La sesta Mail era appunti sparsi, che confluirono nella mia poesia piu’ grande: “…Stanotte il parcheggio della discoteca e’ affollato di carovane, i ragazzi e le ragazze indossano abiti dimessi. Si comincia a ballare gia’ prima dell’ingresso, la musica house ha tempi folk e ogni compagnia e’ come un’egira di profeti. Manchi solo tu stanotte, perche’ hai deciso di non venire, perche’ continui a rimanere da sola in casa?”
La settima Mail era negli archivi del tribunale, era la mia condanna in atti: “…Per non essere stato capace di amarti, per averti lasciata in compagnia del tuo nemico, per aver permesso che t’incrociasse al muro, per non averti soccorsa dalla noia e per non aver asciugato il sudore che ti scendeva dalla fronte. Io mi condanno alla disperazione e alla solitudine, a una faccia triste e offesa e a pallide e insignificanti poesie”
L’ottava Mail era durante la guerra, quando a un tratto sospesero i bombardamenti: “…Carissima, qui e’ ormai primavera. A casa mia mancano soffitto e pavimento, non resistono che le pareti. Mi ha scritto quel mio amico del quale ti avevo parlato, lui e’ sempre piu’ convinto che non sia poi cosi’ necessaria una risoluzione del conflitto. Due piani piu’ sotto le cose non gli vanno malissimo: nel suo computer non ci sono virus, il televisore e’ funzionante e la radio manda ancora la sua musica preferita. Da te invece continuo a non ricevere notizie, spero solo che tu stia bene e che fuori di te siano ancora in grado di mantenere la pace”
La nona Mail era la sintesi, l’ennesimo confronto, con lei e con la prepotenza della realta’: “…Vorrei ridere, dimenticarti, ma non ci riesco. Ultimamente credo di aver capito alcune verita’ fondamentali: l’umanita’ e’ matematiche scomposte, ho letto pochissima narrativa moderna, a un sorriso corrisponde un sorriso, lo schiavo pasce il padrone e il padrone vola, privo di gravita’ nella storia, neutro e assente nel tempo”
La decima Mail era l’ultima e l’ultima Mail era la sua ultima parte: “…E poi a questo punto sono riuscito a smettere con molte cose: ho smesso di tirare la gonna a mia madre e ho smesso di farmi pestare da mio padre, ho smesso di sollevare il braccio sinistro con il pugno chiuso e quello destro con la mano aperta, ho smesso di bere e ho smesso di mangiare, ho smesso d’essere il migliore e ho smesso d’essere il peggiore. Quindi non mi sara’ difficile smettere di scriverti, non mi sara’ difficile smettere di scriv...

Amo- di Majakovskij
Che cosa ne è venuto fuori,
più di quanto fosse possibile,
più di quanto fosse necessario
come
in un sogno un incubo poetico,
quel groppo del cuore crebbe come una montagna:
una montagna d'amore,
una montagna d'odio.
Sotto il peso,
le gambe
traballavano.
Sai
se io
sono ben piantato,
eppure
mi trascino ridotto a un'appendice cardiaca
curvo per tutta la larghezza delle spalle.
Mi gofio col latte dei versi,
non riesco a spargerne fuori;
non c'è chi ne voglia, pare, e di nuovo mi gonfio.
Mi ha spossato la lirica,
nutrice del mondo,
iperbole
del prototipo di Maupassant.
Tu
Poi sei venuta tu,
e t'è bastata un'occhiata
per vedere
dietro quel ruggito,
dietro quella corporatura,
semplicemente un fanciullo.
L'hai preso,
hai tolto via il cuore
e, così,
ti ci sei messa a giocare,
come una bambina con la palla.
E tutte,
signore e fanciulle,
sono rimaste impalate
come davanti ad un miracolo.
"Amare uno così?
Ma quello ti si avventa addosso!
Sarà una domatrice,
una che viene da un serraglio!"
Ma io, io esultavo.
Niente più
giogo!
Tom Waits & Rickie Lee Jones




Inno- Jack Kerouac
(...)
E' stato allora che mi hai insegnato le lacrime, Ah
Dio in quel mattino,
Ah tu
E io appoggiato al lampione mi asciugavo
gli occhi,
gli occhi,
nessuno sa che ho pianto
o che me ne importasse qualcosa
ma Oh ho visto mio padre
e la madre di mio nonno
e le lunghe file di sedie
e balie di lacrime e morti,
Ah io sapevo Dio che Tu
concepivi per me migliori progetti
Pertanto qualunque progetto tu per me concepisca
O suddivisione di maestà
Falla corta
breve
falla rapida
portami a casa della madre eterna
oggi
Comunque al tuo servizio,
(e fino a quando)
domenica 23 gennaio 2011
Canzone sentimentale
Ammetto di averlo fatto
nelle notti d'inverno
spiegazzati ho nascosto i tuoi occhi
sotto il cuscino
dentro il portapenne
in una poesia
dentro la busta arancione
dei vecchi biglietti da viaggio
e mentre dormivi
tra una tazza di caffè
ed un verso russo
baciavo l'ombra delle tue braccia
-vibrazioni di vecchio sax-
Miller, Van Gogh, Platone,
Einstein
le nuvole
le Costituzioni
ed i Cioccolatini alla grappa
ascoltaci, gridavano!
Ma le mie libertà
trovavano il loro confine
naturale, nel tuo passo.
E poi c'era L. Cohen
l'ebreo senza barba
il cuoco buddista
lo ascoltavo a lungo
ogni volta che partivi
spinto alla coerenza universale
attratto dalla tragicità
come uno stupido fiore
dal Sole biblico-
quale angusta metafora
di solitudine e perfezione!
-la bellezza disarmonica di un piano funky-