"Involontariamente verso queste tristi rive, mi attira una forza ignota- cantava lo studente di medicina"- Anton Cechov
Era il 31 dicembre e camminavo lungo le strade
illuminate di Reggio Emilia, sotto un sole quanto mai inappropriato. Giovanni e
Alice discorrevano di cose, sì cose e nient'altro. Io seguivo la linea del
marciapiede e di tanto in tanto canticchiavo qualche verso- tutta la situazione
mi rimandava a quel racconto di Anton Cechov, "Crisi di nervi".
Mi chiamo Paul e sono uno studente di legge.
Superflua informazione. Riconosco la mia goffaggine così mi ritiro lungo la
linea del marciapiede a mettere alla prova la mia capacità di equilibrio.
Era una giornata di sole e mi sentivo come Vasil'ev
che "commosso guardava gli amici, li
ammirava e li invidiava. Come tutto in quegli uomini, seri forti e allegri era
equilibrato. Come tutto nelle loro menti era definito e liscio!"
Mentre io sono Paul, giovane invecchiato studente di
legge e ho una voglia incontenibile di confessarvi che scrivo anche se questo
mi riporta ai giorni precedenti a quel 31 dicembre- tutto mi turba oltre mondo-
quindi taccio.
Giovanni e Alice si scambiarono occhiate piene di
significato quando a un tratto mi staccai da loro andandomi a sedere su una
panchina in piazza Fontanesi.
"Sei sicuro di stare bene Paul?"
"Certo"- in mente mi venne l'immagine di
quel cucciolo di labrador che tengo incorniciata sulla scrivania- mi toccai la
faccia, era ancora al suo posto ma non la sentivo.
"Vuoi che ti lasciamo da solo?"
"Vuoi che resti con te? Vuoi?"- disse
Alice col suo vitale ma irritante senso dell'altruismo.
Umanità! Umanità!
"No, andate. Ci rivediamo stasera"
Se ne andarono bisbigliando, terrore nei loro occhi,
indifferenza nei miei, perché quella crisi di nervi stava per svanire- lo
sentivo che era ora- e mi sarei ritrovato più solo di prima, più stabile di
prima, più forte di prima.
Oh orrore! Sentii il vento fischiare lungo i fiumi -dolorosi
canti d'addio- e guardai in alto; vecchi rami di alberi come sporchi capelli di
streghe venivano piano piano inghiottiti dalla nebbia. Avrei ancora dovuto
sopportare l'ennesimo crepuscolo inventando parole immobili seduto su una
fredda panchina?
"Nella propria
selvaggia natura ci si ricrea nel miglior modo della propria non natura, della
propria spiritualità"
Oh, al diavolo quel senza-dio di Nietzsche. Elessi
mio Signore quel tizio con i baffi e la pelliccia che passava in bici e
assomigliava a E.A Poe e seguitai speranzoso ad ascoltare musica natalizia in
chiavejazz- una prostituta vestita da
gran dama.
Tutta questa storia della crisi iniziò quel giorno
in cui incontrai Jolene...oh Jolene e la sua voce così profonda e rassicurante
(ho bisogno di un altro sorso di whisky) Jolene e la sua giovinezza -la sua confortante
incoscienza.
La incontrai in una libreria di libri usati. Ma
finì. Certo che finì.
Quel giorno, in quella libreria cercavo materiale
per un articoloche sarebbe dovuto
uscire sul giornale studentesco. Gli ultimi raggi del sole, quelli più intensi,
le coprivano il volto corrucciato mentre cercava tra gli scaffali.
Annusavo avidamente il profumi di libri vecchi e mi
chiedevo quando chiudeva quel posto- dimenticandomi di quei luoghi senza
aperture, né chiusure, crudeli come l'immaginazione e perfetti come il volto di
d-o, luoghi che esistono ovunque ma non sono da nessuna parte: gli Attimi,
luoghi della mente dove noi ci buttiamo a capofitto dimenticandoci di lasciare
fuori i nostri ingombranti sentimentalismi- così vennero profanati i mari del
nord.
Mi allungò un volume di Ginsberg dentro il quale
aveva messo un fogliettino - lessi parole che credevo fossero "delle menti distrutte dalla pazzia"-
e m'innamorai di lei, del suo corpo che immaginavo nelle lunghe e desolate sere
trascorse in qualche squallida birreria, attendendo di rivederla ancora,
attendendo una sua parola.
E un giorno Jolene tornò, riapparve con labbra
terrificanti e con dita che suonarono i genitali della mia mente impazzita e
vidi fanciulle gettarsi dai ponti, d'oro vestite, in quella notte in cui lei
continuava a dirmi "ti amo",
senza sapere nulla di me, ma potevo io mandarla via?! Era tutto ciò che avevo
segretamente sognato.
Mi legò a se senza fare un gesto- così nella
speranza di affondare il cuore unghioso nella sua pelle, la portavo ovunque con
me.
Ma lei non comprese mai quel mio bisogno di
dondolare per strade al ritmo di jazz. Intere notti tremavo più per il suo
disprezzo che per gli incubi. Oh Jolene, cosa avrei dato per stare seduto in un
angolo osservandoti scrivere con quelle tue mani come grilli ubriachi sulle
spighe d'oro nelle notti d'agosto.
La portai ovunque, ovunque potessi esserci anch'io,
dietro le quinte dei miei spettacoli di teatro ma lei si vergognava della mia
inerzia, la portavo nelle aule universitarie ma lei si vergognava del mio
scetticismo, la portavo nelle feste private ma lei si vergognava della mia goffaggine
così mi rifugiavo in bagno con una bottiglia di vino dimenticandola fuori.
Volevo scrivere per lei, ma a lei questo non bastava.
Un meccanismo perverso sembrò perfezionarsi di giorno in giorno finché gli Zoa*
vinsero sulla mia volontà e diventai uno fuori dall'Eterno, uno indifferente.
Oh Jolene, il mondo condannò ogni nostra promessa
alla ridicolaggine.
E ora sei spettro: elementi dell'ideale che hanno
cessato di essere in comunione con il Divino (definizione inaffidabile).
Quante notti ho passato da ubriaco a parlare con i
personaggi dei quadri di Hopper, li ho odiati sai, li aggredivo ogni volta che
assaltava i miei occhi quella loro indifferenza alla condizione di solitudine
universale. E non potevo chiamarti. Come biasimarmi, m'immaginavo la scena, un
orgoglioso peccatore privo di talento e di morale che chiede a Gesù di
diventare il suo compagno di merende...era più semplice odiare i personaggi di
Hopper.
Beatrice e Paola e poi Rita…così mi trascinarono
nelle loro vite prive di intensità, prive di complicazioni. Così m'illusi di
poterti dimenticare e una volta fuggito dall'acquario soffocante della nostra
unicità mi convinsi di sentirmi bene nell'oceano dell'anonimato. Mi
convinsi...fino a che compresi che non ero fatto per l'oceano- la grandezza mi
ha sempre spaventato.
Tutto ciò che avevo era una certezza profonda, come
profonda era l'angoscia che generava. Quelle notti a sussurrarci parole, tutte
quelle notti a scrivere sciocchezze più sante di tutti i santi libri del mondo,
tutte quelle notti...oh che angoscia-
come quel pazzo che cammina per la strada e grida di aver visto il paradiso, un
tizio lo ferma e gli dice che si sbaglia, che non esiste il paradiso ma il
pazzo continua ad affermare che esiste, allora gli si chiede di provarlo così lui
inizia un pianto angoscioso e disperato perché non può provarlo, ma lui sa che
esiste, lui lo sa!
Oh Jolene, io avrei voluto toccarti in eterno ma
come può un uomo salvarsi dalla vita se non vivendola? Se il tempo è la copia
dell'Eternità°, beh il nostro tempo era una brutta copia indecifrabile- e tu
sai della desolazione del crepuscolo- ed ecco che scioccamente parlo a te come
se tu fossi presente ancora, come se tu fossi il miracolo della mia mente,
tutta creata da me per dare vita a quel regno dei poeti tanto bramato nelle
fantasie adolescenziali.
Merda a me! Io che tra i minacciosi rami degli
alberi vedo il suo volto- Jolene imbronciata nemmeno mi guarda, nemmeno si cura
di me.
Molto spesso ci accusavamo a vicenda di non amarci e
non ci furono lotte più inutili nella storia dell'umanità. Tutto quello mi
rimanda a un passo di Kerouac che dice:
"Lo Zen è quando la Luna mi segue verso nord e ti segue verso sud.
La
Luna vera chi sta seguendo?"
L'amore era vera ovunque fuori dai nostri dubbi, ma
non ci fu possibile capirlo così lei soffrì per la mia indifferenza e io per la
sua testardaggine mentre ci bastava abbandonare le menti.
Mi chiamo Paul e studio legge. Certe volte ho
bisogno di fissarmi allo specchio e dirmelo. Ho vissuto tanto a lungo fuori
dalla mia vita che ora faccio fatica a credere di averne una. Io ho decine di
taccuini e quadernetti pieni di scarabocchi che disconosco e di notte, a volte,
sogno il pubblico che assiste ai miei spettacoli di teatro colpirmi con frutta
andata a male, così io prendo due prugne e corro a costruire Frosty, l'uomo di
neve, poi mi metto seduto vicino e piango perché pare cieco con quelle due
prugne al posto degli occhi!
Ma né le mie fantasie, né la mia coscienza
riflettono la verità delle cose- mi chiedo cosa può essere in grado di
rifletterla- così mi viene in mente Jolene che mi trascina su un letto in una
camera spoglia e grigia in un pomeriggio qualsiasi...Stop!
Sono Paul e studio legge- tutto quello che avrei
voluto fare non è perseguibile se non fuori dal tempo. Alla finestra del cranio
si affacciano clown con sorrisi mostruosi. Ad ogni incubo volevo chiamare lei. Avrei
voluto raccontarle come una notte rientrando in camera dopo una passeggiata
sotto la pioggia avevo sfidato il disordine della stanza mettendomi a dormire
con i capelli bagnati. Tutto questo per farle capire che c'era l'aria che
spostavo e la pioggia che mi bagnava e certi occhi come quelli di Gil che
scrutavano penetrando nel profondo delle mie contraddizioni e tutto ciò
dimostrava che esistevo, esistevo per lei, per Jolene.
Ma se certe notti mi trascinavo in degradanti
birrerie o mi isolavo nella stanza a bere vino da 99 cent o leggevo libri
impegnativi(?)era solo perché ilmio animo vigliacco temeva la spontaneità,
quel suo odioso essere Jolene all'infinito, quella sua saggezza così ben
camuffata. Così osservavo la cornice con la foto del cucciolo di labrador sulla
mia scrivania e giravo tra le dita una penna, compiacendomi di quel vuoto
perpetuato istericamente pomeriggio dopo pomeriggio. Forse la colpa era tutta
del mio egocentrismo?
Sono Paul esono uno studente di legge...hum, no, era solo che ogni mia condizione
affermata stava ad indicare una non-condizione. Ero debole e avrei continuato
ad esserlo finché non avessi trovato un posto per me- sospiravo- un posto che
però non stavo cercando, in verità non volevo trovarlo. Ma c'era una mente
nella quale mi sentivo vivo, Jolene forse non lo sapeva, così certe notti mi
mandava via. Chissà se lo avrebbe fatto se avesse saputo che in quei momenti mi
sentivo il più sfortunato dei barboni, un vagabondo che si trascina
nell'universo-bolla con il peso di troppe parole non esplose. Ma certe volte
ero io a lasciarla fuori con le sue innocenti promesse sulle labbra, dispettoso
come quel bambino che nella sala lettura della biblioteca un giorno
interrompeva la narratrice a ogni frase, lamentandosi e sbuffando. Stizzito
incrociava le braccia, incredulo protestava, interrompeva, rovinava i finali.
"Vai al diavolo Paul!" ricordo di averlo
sentito tante volte e in quel vai al diavolo trovavo tutta la saggezza del mio Zarathustra.
Lei era la mia morale, la mia devastazione, la mia delicatezza, il mio
Mississipi arrabbiato, il mio jazz indifferente, il mio vino rosso, la mia nebbia
invisibile. Ma lei stava diventando grande ed io vecchio e lei sarebbe
diventata sempre più grande ed io nemmeno tanto vecchio. Jolene studiava con il
fervore delle persone equilibrate, io con l'ansia dei pessimisti- tutta la mia
razionalità e la mia conoscenza sprofondava nell'impeto del momento- ero il mio
peggiore incubo e negli ultimi tempi pensai fosse tutta colpa sua! Lei
m'insegnò ad abbandonare l'autocontrollo e io permisi al mio animo ogni
inclinazione a grottesche esagerazioni. Così affermavo il contrario del
contrario senza mai rinnegare nulla, correvo avanti avanti avanti- certe volte
lei corse con me, finché ne valse la pena o poco più.
* Il mito dei quattro Zoa, come
inteso da Blake nelle Visioni. La caduta dell'uomo eterno è dovuta alla
ribellione dei quattro Zoa che sono: l'intelletto (urizen) l'emozione (luvah)
la sensazione (tharmas) l'immaginazione (urthona)
- “Andrà tutto bene, devo solo cercare
di non morire assiderato” - pensò Charlie mentre il treno pareva arrancasse nel
buoi della notte, più assonnato dei passeggeri che gli dormivano in pancia.
Fece di nuovo il suo numero ma
dall’altra parte rispondeva sempre la segreteria telefonica. Il numero che avete cercato può essere
momentaneamente….
“ Sì sì irraggiungibile o spento. Ho
capito. Ma non ti stanchi mai di dire sempre le stesse cose?!” – inveì contro
la segreteria a bassa voce- “d’altronde
me lo merito. Ma che mi aspettavo! Se ne esco vivo mi autopunisco. Mi guardo
tutto il palinsesto di rete quattro per un mese intero.”
Il treno Lecce Milano delle 22.45 era
quasi vuoto. Charlie aveva un rapporto complicato con i treni, li amava, finché
non ricordava il viaggio del ritorno, e lui ritornava sempre, ogni volta da
dove era partito.
“Non ho il cuore di tenerti sveglia
quando domani hai un esame, riccioli d’oro. Ora vai a dormire, o a
ripetere..insomma, sì adesso attacco…”
“Qui ha nevicato, avrei voluto ci fossi,
saremmo stati lì seduti, senza dire una parola a guardare la neve” – gli aveva
risposto Eveline, qualche ora prima. Charlie aveva sospirato profondamente e si
era morso una mano dall’altro capo del telefono, senza riuscire a dire altro
che un:
“Lo so riccioli d’oro. Lo so.”
“Prima di addormentarmi fisserò la palla
di cristallo. Tu amami..”
“Oh cristo, ora devo attaccare” - aveva
detto lui. Era corso in bagno e si era fissato allo specchio per qualche
minuto. Certe persone vivono in una dimensione puramente sentimentale e quando
la realtà sottrae a questa dimensione anche l’ultimo brandello di
materiale..beh ecco, si direbbe che “sbroccano”.
Scongiurato l’ennesimo attacco di panico era salito sul terrazzo e aveva fumato
4 o 5 sigarette mentre la Luna faceva la disinteressata.
Charlie aveva venti due anni. Una
cultura personale che lo faceva apparire strambo davanti ai suoi coetanei. Dei
lineamenti scuri e fieri. Una chioma bellissima. Un’acutezza spirituale che lo
faceva apparire uno stregone e tanta, tanta sociopatia. Avrebbe potuto fare
innamorare di lui chiunque volesse ma aveva fatto innamorare Eveline. Lei aveva
una chioma riccioluta. Beveva tanti caffè e di notte non dormiva mai. Avrebbe
potuto fare innamorare chiunque volesse ma questa è un’altra storia.
“Guarda, hey Charlie, guarda…”- aveva
detto lei durante una video chiamata un anno prima - “Ho comprato questa cosa,
di vetro. Va a batterie e la palla di cristallo si illumina.”
La “cosa” era una cineseria di cattivo
gusto. Una palla di vetro soffiato con all’interno i tre protagonisti
dell’avvento. Insomma, un presepe che si illuminava.
“Prima di conoscerti odiavo il Natale ma
ora…”
Quella palla di cristallo aveva perso
ogni valenza religiosa e i due avevano riversato sulla “cosa” un significato
tutto loro.
Sul terrazzo tirava un gran vento. Un
vento caldo di scirocco.
“La neve”- pensò Charlie e si immaginò Eveline aggirarsi
per la città, col suo andamento goffo, sprofondarci dentro.
“La neve e qui 19 gradi. Bah.”
Più il treno avanzava verso nord più nel
bagno di quel vagone si sentiva un gran freddo.
Charlie non pensava a nulla. Non era
solito dubitare delle sue scelte. Quando agiva pareva riversare tutto se stesso
in quella unica azione e tutto il suo essere diveniva tutt’uno con l’istante.
Quando dormiva dormiva e quando parlava parlava. Quando amava amava.
“Tu mi fai paura” gli ripeteva Eveline.
Charlie si disperava al suono di quella frase. Lei non aveva mai cercato di
spiegarsi meglio. Lui di capire.
“Avremmo potuto fissare tutto quel
bianco, in silenzio, insieme”- aveva ripetuto sul terrazzo e dopo un istante,
ficcato sigarette, un libro e il portafogli nella tasca della giacca si era
diretto in stazione. Il treno stava per partire. I soldi per il biglietto non
bastavano. Senza nessuna esitazione si infilò nel primo vagone e si rinchiuse
in bagno. Non era solito dubitare delle sue scelte. Si fumò una sigaretta
sbuffando da una fessura del finestrino rotto. Poi fece per aprire la porta
quando vide il controllore sedersi sul sedile pieghevole tra i due vagoni.
“Cristo…proprio qui?!”
Si raccolse nella sua giacca troppo
leggera per l’occasione e si accovacciò sotto il lavandino.
“Sarà lunga…”
Il treno pareva arrancasse nella notte,
più assonnato dei passeggeri che gli dormivano in pancia.
Tutto intorno solo buio. Charlie pensava
alla luce accecante di una città ricoperta dalla neve. Pensava al profilo di
Eveline immerso in tutto quel bianco. Si addormentò, sfinito. Molte ore dopo,
il saliscendi dei viaggiatori alla stazione di Piacenza lo svegliò. Era quasi
l’alba ma ancora buoi tutto intorno. Si toccò la faccia sorpreso di averne
ancora una. Tentò di alzarsi. Le gambe non lo ressero. I battiti del cuore
sembravano rallentare.
“Se non esco da qui ci muoio” - pensò- “che
brutta fine la morte nel cesso di un treno interregionale.”
Uscito dal bagno si rannicchio sul
sedile in centro al vagone mezzo vuoto. Inviò un ultimo messaggio a Eveline:
“sarò a Milano con il treno delle 07.45”.
Avrebbe visto la neve per la prima
volta. Avrebbe visto una città tacere sotto il suo peso. Ed Eveline sarebbe
stata al suo fianco. Avrebbe fatto esperienza della purezza. Fuori dal
finestrino l’alba stentava a sconfiggere il buio e di nuovo si addormentò profondamente.
Al capolinea si svegliò stordito.
Una volta fuori lo accolse il solito
grigiore delle stazioni ferroviarie delle metropoli. Cemento, vapori, stridii
delle rotaie in movimento. E odore di fast food. Camminò verso l’uscita
inglobato dalla frenesia della folla. Tutto intorno neanche l’ombra della neve.
In lontananza la vide, lì ferma in fondo al
binario. Schiena ricurva, capelli arruffati, mani nelle tasche del cappotto più
grande di due taglie. Negli occhi un luccichio strano che cadde sul labbro
viola dal freddo. In quel luccichio scorse tutta la purezza della neve che non
avrebbe mai visto, non quella volta, almeno.
Luca era rientrato alle 23.30. In casa,
i coinquilini avevano riunito gli amici per l’ennesima cena. Dopo qualche
bicchiere si iniziava a sbrodolare chiacchiere senza senso per esorcizzare la
paura del vedersi adulti.
-“Bella Luca, dai vieni a bere un
bicchiere insieme a noi. C’è Davide che sta dando i numeri.”
In sala una nuvola di fumo smorzava il
profilo del mobilio. Sulla poltrona le giacche creavano una montagna liquida. Ai
piedi del divano il suo cappotto preferito giaceva per terra. La polvere
controluce sulla credenza faceva pensare a sogni ammuffiti. Il catalogo di Ugo
Mulas si trovava pericolosamente vicino alle bottiglie di vino rosso. Pensò
alle mani lerce dell’amico che lo aveva maneggiato. Ebbe un fremito. Attraversò
la sala, prese il catalogo e lo rimise al suo solito posto. Sospirò.
-“No ragazzi, io sono cotto. Me ne vado
in camera mia.”
Quella notte aveva piovuto molto. Il
giorno dopo si svegliò come chi, sul treno, trassale per paura di aver perso la
fermata giusta. Allungò un braccio, oltre il letto il precipizio. Ci sono gesti
che sono intraducibili in sensazioni, tanto meno in parole.
L’appartamento di via Cecati taceva. Non
era un silenzio piacevole, sembrava un’apnea angosciosa. Luca rimase seduto sul
letto per qualche minuto. Non cercava di ricordare, non pensava affatto.
Riusciva a sentire Carlo russare nella sua stanza in fondo al corridoio. Poi si
alzò di scatto. “Ho bisogno di una doccia”. Sotto la sedia il gambo di una rosa
secca. Sul davanzale un paio di scarpette da donna accartocciate. Fuori in
strada neanche un auto. Che strane le domeniche prefestive!
-“Questa casa sa di morte”- disse tra se
e se attraversando il piccolo corridoio che portava in sala. Entrando trasalì:
“ma che cazzo!!!”. Si grattò la nuca con nervosismo. Poi frenò ogni istinto.
Sul divano, uno degli amici dormiva sbavando sul bavero del suo cappotto
preferito. All’esclamazione di Luca si svegliò.
-“Giulio mi hai fatto prendere uno
spavento.”
-“E pensa a me bello…ma che ore sono?
Minchia devo andare da mia nonna su in montagna oggi per pranzo. Mi sa che me
tocca alzarmi. Che c’hai una sigaretta?”
-“Credo di aver visto un pacchetto là
sul tavolo. Lo vuoi il caffè, sto per farlo?”
-“Alla grande fra, ci sta proprio! Cazzo
mi sento proprio incriccato.”
Luca sperava che il dialogo cessasse
quanto prima ma Giulio, dopo un passaggio rumoroso in bagno, si sedette al
tavolo della sala facendo l’elenco dettagliato del menu della nonna. C’è
qualcosa di malsano nei logorroici mattutini. C’è qualcosa di molto losco.
Luca se ne stava appoggiato al frigo.
Fuori la nebbia si stava diradando. La sirena di un’ambulanza ruppe la sua
apnea interiore riportandolo alle melanzane fritte di Giulio. Sui pantaloni ancora le macchie di vino rosso.
-“Giulio devo proprio farmi una doccia
ora. Ti saluto. Tu basta che tiri la porta quando esci ok.”
Sotto l’acqua bollente ripensò di nuovo
alla lampada. Quella maledetta lampada fuori posto.
-“Perché non mi rispondi? Dimmi cosa
significa? Non fare la bambina, Annie, non fare la bambina”- l’aveva supplicata
la sera prima ma lei niente.
Annie aveva una bellissima chioma di
capelli, sproporzionata alla testa. Mani ossute, corpo minuto tanto da sembrare
che si sarebbe piegato su se stesso da un momento all’altro. Si potrebbe dire
che disegnava cose, ma di questi tempi si usa dire illustrator. Il suo talento
e la sua fama parevano inversamente proporzionate alla fiducia in se stessa.
Faceva un uso eccessivo dei social
media, con intelligenza e ironia ma pur sempre eccessivo. Questo tradiva un certo
bisogno di piacere; il suo Io sapeva cavalcare selvaggiamente la solitudine, il
suo Sé se ne stava imbronciato in un angolo a piagnucolare.
Annie e Luca avevano una relazione
malandata, come il ginocchio di lei. Passavano dalle corse sfrenate ai ritiri
taciturni a leccarsi ferite, nella maggior parte delle volte, immaginarie.
Luca era un architetto. Da qualche anno
aveva investito tutte le sue energie nel progetto del recupero di un piccolo
teatro storico di provincia. Il piccolo teatro di provincia era sbocciato e ora
richiedeva più attenzioni che mai.
“Più di me…ah non so io, sposatelo quel
teatro”- aveva urlato Annie durante una lite di routine. Lui aveva cercato di
prenderla per mano ma lei gli aveva dato un morso.
“Non voglio parlarne”- faceva lei, ogni
volta che si ritornava sull’argomento.
Ma lui voleva parlarne, eccome. Il suo Sé
sapeva cavalcare selvaggiamente la solitudine ma il suo Io era un cacciatore di
logica, chiarimenti, risposte.
-“Non so vecchio, quella è un po’ una
cazzo di pazza.”- si sentiva dire dagli amici.
-“Non so bella, quello è un po’ moscio,
un egocentrico.”- si sentiva dire Annie.
-“Lo so ma non riesco a smettere.”-
rispondevano loro all’unisono in due dimensioni sentimentali inconciliabili.
Era capitato, anche se molto raramente,
che queste dimensioni si incrociassero. Un anno prima, era estate. Quel giorno due
amici si sposavano. Luca svegliandosi aveva trovato Annie, in mutande e canottiera, seduta di fronte al
frigo aperto. Beveva direttamente dalla bottiglia del
latte.
-“La colazione è servita”- aveva detto
lei indicando con la mano il posto vicino sul pavimento - “e dopo ho un folle
progetto per la giornata. Chiacchiere sulle panchine dell’Esselunga al fresco e
poi cinema all’aperto con annessa lotta contro le zanzare tipo Avengers.”
-“Oggi c’è il matrimonio. Anzi, devo
scappare. Ho i vestiti a casa dei miei. Tu sai già cosa metterti?”
-“Ma…mmm.”
-“Cosa?”
-“Niente, tu vai, ci sentiamo più
tardi.”
-“Ok”
-“Ok!”
Molte ore più tardi, quello stesso
giorno, dopo svariati messaggi turbolenti e chiamate interrotte, Luca aveva
perso la pazienza.
-“Quindi vieni o no?”- le aveva urlato
al telefono. Non gli piaceva urlare ma tant’è…
-“Ma non lo so, cioè va be’, vai va,
tranquillo.”- aveva detto lei, certa del fatto che si sarebbe vendicata
psicologicamente nella prima occasione utile.
-“Ma cristo, Annie, cristo che risposta
è vai?! Non è una risposta Annie, perché per una volta non cerchi di essere
normale?”.
Per lei la lordura sentimentale
fertilizzava l’amore. Per lui gli incastri del fato erano semplici calcoli
matematici misurabili.
A quel matrimonio Luca ci era comunque andato,
senza di lei. Standosene in disparte aveva avuto una certa visione. Mezz’ora
dopo avrebbe bussato alla porta di Annie. Lei strillava sopra una base di
karaoke di pessima qualità. Aprì la porta con una bottiglia di vino in mano.
Non si poteva escludere che la vendetta psicologica fosse già in atto- ma, in
tutta quella teatralità, Luca colse solo il lato buffo.
-“Beh che ci fai qui?”
-“Ero lì in un angolo e c’era questa
lampada sul tavolo in giardino, sotto un bel porticato e mi sono detto che
sarebbe stato molto bello osservare il tuo profilo sotto la luce di quella
lampada.”
-“E quindi?”
-“Quindi sono qui, semplicemente.”
-“Beh entra allora, se vuoi.”
Avevano passato una serata
spaventosamente perfetta. Senza fare l’amore. Era già passato un anno!
Ora, seduto al tavolo da pranzo dei
genitori, continuava a ripensare alla sera prima. La teiera fischiava sopra il
fuoco. I suoi dormicchiavano in sala. Le previsioni meteo non promettevano
niente di buono.
Ultimamente era stato molto impegnato
con l’organizzazione della nuova stagione teatrale. Lui e Annie si vedevano
molto poco. Lei, però, sembrava più serena del solito, viaggiava come sempre
per lavoro e pareva anche che si divertisse parecchio.
E’ strano come le tragedie spesso si
consumino molto discretamente.
-“Hey ti va se mangiamo qualcosa fuori?”
-“Siediti Luca, per favore”.
-“Ok, che succede?”
-“Ho fatto una nuova copertina, sì per
un nuovo libro, mi hanno commissionato una nuova copertina. Un libraccio per
carità, di questo povero uomo complessato che si alimenta di
autocommiserazione. Che insomma non sa stare solo e sa stare troppo bene con
gli altri ma che poi con gli altri ci sta bene finché non deve perdere il
controllo su tutto…”
-“Si ok, non raccontarmi tutto il libro,
magari mi viene voglia di leggerlo.”
Lei nel frattempo era andata in cucina a
prendere due calici e la bottiglia di vino.
-“Insomma per questa mi sono ispirata a
te…”- disse allungandogli il libro.
Sulla copertina del libro un uomo solo
se ne stava seduto a bordo piscina con un bicchiere d’acqua vicino. Era giorno.
Su un tavolino basso posto stranamente al centro della copertina una lampada
accesa ma non collegata a nulla.
-“Insomma uno stupido idiota depresso a
bordo piscina che beve un bicchiere d’acqua, così mi vedi?”- avrebbe risposto
Luca ironicamente.
-“Che palle…”
-“Ma cosa, che palle che cosa? Mi
spieghi che c’è, Annie non sclerare per nulla. Che diavolo c’è?”
-“Questa copertina mi sembrava perfetta
come regalo d’addio.”
-“D’addio?! Cristo dobbiamo
ricominciare? Davvero? Si stava così bene…Annie perché? Mi mette a disagio
tutta questa follia. Su non scherzare. E questa lampada? Che mi sta a
significare?”
Lei beveva affacciata alla finestra.
Luca riusciva a sentirla digrignare i denti.
-“Perché non mi rispondi? Dimmi cosa significa?
Non fare la bambina, Annie, non fare la bambina”.
Lei aveva scaraventato il bicchiere di
vino contro il frigo.
- “Adesso puoi anche andare.”- aveva
detto senza aggiungere altro.
Il thè era pronto. La madre di Luca se
ne stava versando una tazza.Quella sera avrebbe voluto ci fosse
una partita di calcetto. Per lui la follia non digerita andava semplicemente
sudata.
“Quella stupida lampada non ha
senso”-pensò - “è quella stupida donna
che vuole farmi uscire matto.”
In
treno c’era un gran silenzio. Il controllore sonnecchiava nel sedile vicino all’uscita.
Dopo un autunno soffocante e un inverno che non accennava a dare segni di vita,
finalmente dicembre aveva portato piogge abbondanti e gelate mattutine. Erano
passati due mesi da quel giorno. Eveline non pensava a nulla. Di tanto in tanto
controllava l’orario e poi si rimetteva a godersi la musica e le gocce di
pioggia che sbattevano contro i finestrini. Finalmente, dopo tanti anni,
tornava a viaggiare verso qualcosa e non contro.
Lei
e Giorgio si erano trasferiti in un tranquillo quartiere di periferia da meno
di un anno. La casetta era davvero deliziosa. Il prato perfettamente curato. Lo
zerbino intonato alle ringhiere. Il mobilio vintage, maggiormente di seconda
mano era magnificamente disposto per creare un ambiente accogliente. In casa
loro c’era spesso un gran silenzio. Chissà cosa ne pensavano i vicini?
La
casetta di fronte era la loro gemella indemoniata. Il prato quasi inesistente invaso
da una discarica a cielo aperto. Poltrone, utensili arrugginiti, una piscinetta
gonfiabile quasi sempre sgonfia e maleodorante per l’acqua stagnante. Alle
finestre neanche una tenda e per il baccano che si sentiva giorno e notte si
poteva pensare che non ci fossero neanche i vetri. In quella casetta abitavano
Rosa e il Bomba- così chiamavano il marito di Rosa, nessuno conosceva il suo
vero nome. C’erano poi Giulia, Patti e il piccolo Tommi, i loro tre figli. I
coniugi Bomba Rosa erano poveri ma quella casa la signora l’aveva ereditata da
una zia ricca e ne andava molto fiera. Il secondo giorno che erano lì, Eveline
aveva incontrato Rosa nel vialetto, tutta vestita di nero. Andava di fretta e
controllava chissà cosa dentro a un cesto di vimini. Scambiati i convenevoli
Rosa le avrebbe detto:
“Devo scappare amo’, sto andando all’obitorio,
voglio fare le unghie alla mia zietta, non mi fido di quei truccatori di morte,
la zia non si faceva toccare le unghie da nessuno tranne che da me!”
Quel
dialogo aveva entusiasmato Eveline oltremodo. Quei vicini, che per i borghesi
del quartiere erano un cancro da estirpare, erano per lei una salvezza. Quella
stessa sera, durante la cena, aveva iniziato a raccontare la scena a Giorgio ma
lui, come era solito, l’aveva zittita perché in TV c’era Blob. Finita la
puntata le aveva chiesto “cosa dicevi
cara?”, lei aveva risposto “niente di
importante” e così si era andati oltre.
Il
signor Bomba era un piccolo furfante che di professione faceva il camionista.
Ogni volta che tornava a casa iniziava a strombettare da in fondo alla via
urlando Rosa, Rosa mia. Rosa correva fuori in giardino. A volte con i bigodini
in testa, a volte in mutande, a volte con una padella in mano. Il signor Bomba
parcheggiava alla meglio e correva verso di lei, sempre con una rosa in mano.
Era capitato 274 volte, Eveline le aveva contate. Le uniche due volte che non
era tornato a casa, Rosa si era messa il vestito buono, aveva preso il borsello
dei risparmi e si era rivolta all’avvocato per farlo uscire di galera. Insomma,
i coniugi Bomba Rosa si amavano in un modo tutto loro ma a Eveline quell’amore
piaceva.
Una
volta era seduta in veranda con una bottiglia di vino. Ultimamente capitava
spesso. Fissava il vuoto e beveva. Giorgio era tutto preso dalle sue ansie
lavorative. Finito il lavoro arretrato si era rintanato in garage. Al rumore
della basculante che sbatteva, Eveline aveva versato una lacrimuccia. Il signor
Bomba nel frattempo strombazzava in lontananza. Una volta sceso dal camion, con
la sua rosa in mano, si era diretto verso la moglie. Questa dalla finestra
della cucina era da un bel pezzo che spiava Eveline.
“
Amo’, vai a darle la rosa, porella…”- aveva detto al marito. Questi, dopo un
primo rifiuto aveva obbedito, come ogni innamorato.
“Signora
la mia mogliera le manda questa rosa con i suoi omaggi”- aveva detto il Bomba a
Eveline attraversando il cancelletto aperto.
Eveline
era corsa in casa: “il Bomba mi ha
regalato una rosa, ma che mer…”. Giorgio russava steso sul divano mentre la
televisione gli illuminava il viso.
Giorgio
era un giovane uomo pieno di invettiva. Faceva l’impiegato e nel tempo libero
si dilettava con le sue invenzioni in garage. Non aveva avuto un’infanzia
facile e neanche una solida formazione culturale ma si era fatto da sé, con
grande dedizione e cocciutaggine ma con poca anima. Era ambizioso ma non
cattivo. In fondo a se stesso sapeva di non avere nessun talento ma questo non
lo aveva mai fermato dal farsi notare e lodare. Gli piaceva piacere- questo,
nei primi anni della relazione, inteneriva Eveline. Da molto tempo la
infastidiva.
La
loro relazione era iniziata in uno di quei modi con cui puoi concludere un film
strappamutande sull’amore, tutte scintille e passione. Con la nuova casa e il
nuovo impiego, Giorgio aveva finito i fiammiferi, Eveline la pazienza per
accendere un fuoco con legna bagnata.
Quella
notte di ottobre il cielo era sereno, la luna piena e la temperatura ancora
troppo mite per la stagione.
“Questa
volta si sarà davvero spaventato. Ci sarà gente fuori di casa, nel vialetto. E
magari la polizia sì, magari anche la polizia. Chissà quante volte avrà
chiamato, tremando al cellulare spento. Devo affrettare il passo, sì, forse
sono stata troppo cattiva. Chissà quanto avrà pianto Giorgio, chissà quanto
soffre adesso, ripensando a tutta la nostra vita insieme. Mortificato per i suoi
errori. Ognuno ha bisogno di una seconda chance. Ci siamo, devo stare calma,
abbracciarlo e tutto sarà finito.”
Girò
l’angolo. Il gatto di Teresina attraversò la strada miagolando. I coniugi Bomba
Rosa facevano un barbecue nel giardino sul retro. Lei indossava una gonna rosa,
degli stivaletti bianchi e un giaccone di pelle nera. Lui la stringeva per i
fianchi mentre girava le salsicce. Il piccolo Tommi piangeva mentre Patti e
Giulia monopolizzavano i comandi di un piccolo drone. Beretti chiudeva le veneziane,
bofonchiando in dialetto. Solo la loro casa taceva, un silenzio da apnea.
Eveline credeva di soffocare. Chiuse il cancelletto dietro di sé e rimase
immobile. Dalla finestra della sala solo le luci della televisione.
“Hey
sei qui…vuoi che cucini qualcosa?”- chiese Giorgio.
“Non
ti sei preoccupato che non ci fossi?”- rispese Eveline dopo un profondo
respiro.
“Ho
letto il bigliettino..ho pensato volessi startene un po’ per i fatti tuoi. C’è
qualcosa che non va?! Ah domani ho una riunione, torno tardi…Io ho già
mangiato, sai non sapendo quando rientravi.”
“E
se non fossi rientrata?”- disse lei sotto voce.
“Cosa?
Hai detto niente? Questi maledetti vicini...ma quanto baccano fanno alle undici
di sera. Bomba…bah, Bomba…dove sei?”
“In
bagno, voglio farmi una doccia.”
“Eh
dimmelo però, cioè..ma che hai?”
“Niente
Giorgio. Niente. Vedo che non ti sei preoccupato neanche un po’ della mia
assenza.”
“Ma
c’era il bigliettino! Oh inizi però…ma di cosa dovevo preoccuparmi? Se mi
preoccupo sono soffocante, se non mi preoccupo sono una merda. Ti lascio il tuo
spazio e sono un insensibile. Cos’è, è per caso per la cena? Te la preparo la
maledetta cena.”
“E
io, ci sarà la polizia…”- disse lei sotto la doccia, con una rassegnazione che
solo un uomo saggio conosce.
“Polizia,
ma che farfugli. Ma di cosa dovevo preoccuparmi poi, c’era il
bigliettino..nemmeno fosse scoppiata la casa.”
Quella
sera mangiò un piatto di pasta preparato con premura da Giorgio. Il bigliettino
giaceva ancora sul tavolo: “non cercarmi!”.
Il
giorno dopo raccolse i suoi risparmi dal barottolo di argilla sulla mensola
della cucina. Nel giardino dei Bomba Rosa tre gatti si azzuffavano per il
bottino trovato dentro il pattume dell’umido. Eveline suonò alla porta. Rosa si
presentò con la sua vestaglia di cotone e i bigodini gialli in testa.
“We,
amo’, vieni accomodati.”
“C’è
tuo marito Rosa?”
“Sì
sì, è di là con quelle pazze delle mie sorelle. Amo’ c’è la vicinaaaaaaa. Amo’,
vieni. Molla quelle bagasce. Le sta aiutando con i vestiti di damigelle, sai
cara, ci rifacciamo le promesse nuziali, ce credi?!”
“Siete
molto teneri. Vi invidio.”
“Aho
che c’è?”
“Bomba,
avrei un favore da chiederti. Dovrei far abbattere il muro della sala. Tusei pratico di queste cose?”
“Signora
cara, io sto a cucire i vestiti per due pazze scatenate di damigelle 40-enni.
Ma che non so far abbattere un muro secondo te? Ma perché? Cioè è tutto
regolare? Sai bella, io c’ho le mie rogne. Non ne voglio altre…..”
Eveline
era scoppiata a piangere. Rosa aveva allertato tutta casa. Bevuta un po’
d’acqua tiepida portata dalla sorella damigella più svelta, in un bicchiere
rosa, disse.
“No,
non è tutto in regola. Scusa, va bene lo stesso…scusatemi. Siete molto belli. Ora
vado, felicitazioni!”
Qualche
giorno dopo, tornato da uno dei suoi viaggi con una rosa in mano, il Bomba
l’aveva avvicinata nel vialetto.
“Bella
mia, tutto in regola. Dimmi solo quando…che ci stanno a fare i vicini se no?!”
Erano
già passati due mesi. Il treno procedeva lento. C’era un bel calduccio nel
vagone e fuori era calata la notte. Chissà se Bomba aveva fatto un buon lavoro?
di un innamorato senza speranze.
L'istante che precede un addio fatale
è come un paradiso improvvisato
tollerato dagli dei,
rasenta i confini delle eternità.